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giovedì 2 maggio 2019
martedì 6 dicembre 2016
martedì 10 maggio 2016
Referendum costituzionale di ottobre. Il testo approvato da sottoporre a Referendum
Testo di legge costituzionale approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, recante: «Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione».
(GU
Serie Generale n. 88 del 15-4-2016)
Avvertenza:
Il testo della legge costituzionale è stato approvato dal Senato della Repubblica, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta del 20 gennaio 2016, e dalla Camera dei deputati, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta del 12 aprile 2016.Entro tre mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del testo seguente, un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali possono domandare che si proceda al referendum popolare.Il presente comunicato è stato redatto ai sensi dell'art. 3 della legge 25 maggio 1970, n. 352.
CAPO I
MODIFICHE AL TITOLO I
DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Art. 1.
(Funzioni delle Camere)
1. L'articolo 55 della Costituzione è sostituito dal seguente:« Art. 55. - Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.
Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.
Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione.
La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell'operato del Governo.
Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l'Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l'attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l'impatto delle politiche dell'Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l'attuazione delle leggi dello Stato.
Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione ».
Art. 2.
(Composizione ed elezione del Senato della Repubblica)
1. L'articolo 57 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 57. - Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.
I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due;
ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.
La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma.
Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio ».
Art. 3.
(Modifica all'articolo 59 della Costituzione)
1. All'articolo 59 della Costituzione, il secondo comma è sostituito dal seguente: « Il Presidente della Repubblica può nominare senatori cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Tali senatori durano in carica sette anni e non possono essere nuovamente nominati ».
Art. 4.
(Durata della Camera dei deputati)
1. L'articolo 60 della Costituzione è sostituito dal seguente:« Art. 60. - La Camera dei deputati è eletta per cinque anni.
La durata della Camera dei deputati non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra ».
Art. 5.
(Modifica all'articolo 63 della Costituzione)
1. All'articolo 63 della Costituzione, dopo il primo comma è inserito il seguente: « Il regolamento stabilisce in quali casi l'elezione o la nomina alle cariche negli organi del Senato della Repubblica possono essere limitate in ragione dell'esercizio di funzioni di governo regionali o locali ».
Art. 6.
(Modifiche all'articolo 64 della Costituzione)
1. All'articolo 64 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:a) dopo il primo comma è inserito il seguente:
« I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni »;
b) il quarto comma è sostituito dal seguente:
« I membri del Governo hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute delle Camere. Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono »;
c) è aggiunto, in fine, il seguente comma:
« I membri del Parlamento hanno il dovere di partecipare alle sedute dell'Assemblea e ai lavori delle Commissioni ».
Art. 7.
(Titoli di ammissione dei componenti del Senato della Repubblica)
1. All'articolo 66 della Costituzione è aggiunto, in fine, il seguente comma: « Il Senato della Repubblica prende atto della cessazione dalla carica elettiva regionale o locale e della conseguente decadenza da senatore ».
Art. 8.
(Vincolo di mandato)
1. L'articolo 67 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 67. - I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato ».
Art. 9.
(Indennità parlamentare)
1. All'articolo 69 della Costituzione, le parole: « del Parlamento » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati ».
Art. 10.
(Procedimento legislativo)
1. L'articolo 70 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 70. - La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore di cui all'articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.
Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L'esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all'articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
I Presidenti delle Camere decidono, d'intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati ».
Art. 11.
(Iniziativa legislativa)
1. All'articolo 71 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) dopo il primo comma è inserito il seguente:
« Il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all'esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all'esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica »;
b) al secondo comma, la parola: « cinquantamila » è sostituita dalla seguente: « centocinquantamila » ed è aggiunto, in fine, il seguente periodo: « La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d'iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari »;
c) è aggiunto, in fine, il seguente comma:
« Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione ».
Art. 12.
(Modifica dell'articolo 72 della Costituzione)
1. L'articolo 72 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 72. - Ogni disegno di legge di cui all'articolo 70, primo comma, presentato ad una Camera, è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale.
Ogni altro disegno di legge è presentato alla Camera dei deputati e, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale.
I regolamenti stabiliscono procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l'urgenza.
Possono altresì stabilire in quali casi e forme l'esame e l'approvazione dei disegni di legge sono deferiti a Commissioni, anche permanenti, che, alla Camera dei deputati, sono composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della Commissione richiedono che sia discusso e votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. I regolamenti determinano le forme di pubblicità dei lavori delle Commissioni.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale, per quelli di delegazione legislativa, per quelli di conversione in legge di decreti, per quelli di autorizzazione a ratificare trattati internazionali e per quelli di approvazione di bilanci e consuntivi.
Il regolamento del Senato della Repubblica disciplina le modalità di esame dei disegni di legge trasmessi dalla Camera dei deputati ai sensi dell'articolo 70.
Esclusi i casi di cui all'articolo 70, primo comma, e, in ogni caso, le leggi in materia elettorale, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali e le leggi di cui agli articoli 79 e 81, sesto comma, il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l'attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all'ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. In tali casi, i termini di cui all'articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà. Il termine può essere differito di non oltre quindici giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della Commissione nonché alla complessità del disegno di legge. Il regolamento della Camera dei deputati stabilisce le modalità e i limiti del procedimento, anche con riferimento all'omogeneità del disegno di legge ».
Art. 13.
(Modifiche agli articoli 73 e 134 della Costituzione)
1. All'articolo 73 della Costituzione, il primo comma è sostituito dai seguenti: « Le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica entro un mese dall'approvazione.
Le leggi che disciplinano l'elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono essere sottoposte, prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale, su ricorso motivato presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera dei deputati o da almeno un terzo dei componenti del Senato della Repubblica entro dieci giorni dall'approvazione della legge, prima dei quali la legge non può essere promulgata. La Corte costituzionale si pronuncia entro il termine di trenta giorni e, fino ad allora, resta sospeso il termine per la promulgazione della legge.
In caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale, la legge non può essere promulgata ».
2. All'articolo 134 della Costituzione, dopo il primo comma è aggiunto il seguente:
« La Corte costituzionale giudica altresì della legittimità costituzionale delle leggi che disciplinano l'elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica ai sensi dell'articolo 73, secondo comma ».
Art. 14.
(Modifica dell'articolo 74 della Costituzione)
1. L'articolo 74 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 74. - Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione.
Qualora la richiesta riguardi la legge di conversione di un decreto adottato a norma dell'articolo 77, il termine per la conversione in legge è differito di trenta giorni.
Se la legge è nuovamente approvata, questa deve essere promulgata ».
Art. 15.
(Modifica dell'articolo 75 della Costituzione)
1. L'articolo 75 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 75. - È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente forza di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti gli elettori.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiuntala maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum ».
Art. 16.
(Disposizioni in materia di decretazione d'urgenza)
1. All'articolo 77 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo comma, le parole: « delle Camere » sono sostituite dalle seguenti: « disposta con legge »;
b) al secondo comma, le parole: « alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono » sono sostituite dalle seguenti: « alla Camera dei deputati, anche quando la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. La Camera dei deputati, anche se sciolta, è appositamente convocata e si riunisce »;
c) al terzo comma:
1) al primo periodo sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: « o, nei casi in cui il Presidente della Repubblica abbia chiesto, a norma dell'articolo 74, una nuova deliberazione, entro novanta giorni dalla loro pubblicazione »;
2) al secondo periodo, le parole: « Le Camere possono » sono sostituite dalle seguenti: « La legge può » e le parole: « con legge » sono soppresse;
d) sono aggiunti, in fine, i seguenti commi: « Il Governo non può, mediante provvedimenti provvisori con forza di legge: disciplinare le materie indicate nell'articolo 72, quinto comma, con esclusione, per la materia elettorale, della disciplina dell'organizzazione del procedimento elettorale e dello svolgimento delle elezioni; reiterare disposizioni adottate con decreti non convertiti in legge e regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi; ripristinare l'efficacia di norme di legge o di atti aventi forza di legge che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimi per vizi non attinenti al procedimento.
I decreti recano misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo.
L'esame, a norma dell'articolo 70, terzo e quarto comma, dei disegni di legge di conversione dei decreti è disposto dal Senato della Repubblica entro trenta giorni dalla loro presentazione alla Camera dei deputati. Le proposte di modificazione possono essere deliberate entro dieci giorni dalla data di trasmissione del disegno di legge di conversione, che deve avvenire non oltre quaranta giorni dalla presentazione.
Nel corso dell'esame dei disegni di legge di conversione dei decreti non possono essere approvate disposizioni estranee all'oggetto o alle finalità del decreto ».
Art. 17.
(Deliberazione dello stato di guerra)
1. L'articolo 78 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 78. - La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari ».
Art. 18.
(Leggi di amnistia e indulto)
1. All'articolo 79, primo comma, della Costituzione, le parole: « di ciascuna Camera, » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati, ».
Art. 19.
(Autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali)
1. All'articolo 80 della Costituzione, le parole: « Le Camere autorizzano » sono sostituite dalle seguenti: « La Camera dei deputati autorizza » ed è aggiunto, in fine, il seguente periodo: « Le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione europea sono approvate da entrambe le Camere ».
Art. 20.
(Inchieste parlamentari)
1. L'articolo 82 della Costituzione è sostituito dal seguente:« Art. 82. - La Camera dei deputati può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. Il Senato della Repubblica può disporre inchieste su materie di pubblico interesse concernenti le autonomie territoriali.
A tale scopo ciascuna Camera nomina fra i propri componenti una Commissione.
Alla Camera dei deputati la Commissione è formata in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi. La Commissione d'inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria ».
CAPO II
MODIFICHE AL TITOLO II
DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Art. 21.
(Modifiche all'articolo 83 della Costituzione in materia di delegati
regionali e di quorum per l'elezione del Presidente della Repubblica)
1. All'articolo 83 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) il secondo comma è abrogato;
b) al terzo comma, il secondo periodo è sostituito dai seguenti: « Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell'assemblea. Dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti ».
Art. 22.
(Disposizioni in tema di elezione del Presidente della Repubblica)
1. All'articolo 85 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) al secondo comma, le parole: « e i delegati regionali, » sono soppresse e dopo il primo periodo è aggiunto il seguente: « Quando il Presidente della Camera esercita le funzioni del Presidente della Repubblica nel caso in cui questi non possa adempierle, il Presidente del Senato convoca e presiede il Parlamento in seduta comune »;
b) al terzo comma, il primo periodo è sostituito dal seguente: « Se la Camera dei deputati è sciolta, o manca meno di tre mesi alla sua cessazione, l'elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione della Camera nuova ».
Art. 23.
(Esercizio delle funzioni del Presidente della Repubblica)
1. All'articolo 86 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo comma, le parole: « del Senato » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati »;
b) al secondo comma, le parole: « il Presidente della Camera dei deputati indice » sono sostituite dalle seguenti: « il Presidente del Senato indice », le parole: « le Camere sono sciolte » sono sostituite dalle seguenti: « la Camera dei deputati è sciolta » e la parola: « loro » è sostituita dalla seguente: « sua ».
Art. 24.
(Scioglimento della Camera dei deputati)
1. All'articolo 88 della Costituzione, il primo comma è sostituito dal seguente: « Il Presidente della Repubblica può, sentito il suo Presidente, sciogliere la Camera dei deputati ».
CAPO III
MODIFICHE AL TITOLO III
DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Art. 25.
(Fiducia al Governo)
1. All'articolo 94 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo comma, le parole: « delle due Camere » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati »;
b) al secondo comma, le parole: « Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia » sono sostituite dalle seguenti: « La fiducia è accordata o revocata »;
c) al terzo comma, le parole: « alle Camere » sono sostituite dalle seguenti: « innanzi alla Camera dei deputati »;
d) al quarto comma, le parole: « di una o d'entrambe le Camere » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati »;
e) al quinto comma, dopo la parola: « Camera » sono inserite le seguenti: « dei deputati ».
Art. 26.
(Modifica all'articolo 96 della Costituzione)
1. All'articolo 96 della Costituzione, le parole: « del Senato della Repubblica o » sono soppresse.
Art. 27.
(Modifica all'articolo 97 della Costituzione)
1. Il secondo comma dell'articolo 97 della Costituzione è sostituito dal seguente:« I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento, l'imparzialità e la trasparenza dell'amministrazione ».
Art. 28.
(Soppressione del CNEL)
1. L'articolo 99 della Costituzione è abrogato.
CAPO IV
MODIFICHE AL TITOLO V
DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Art. 29.
(Abolizione delle Province)
1. All'articolo 114 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo comma, le parole: « dalle Province, » sono soppresse;
b) al secondo comma, le parole: « le Province, » sono soppresse.
Art. 30.
(Modifica all'articolo 116 della Costituzione)
1. All'articolo 116 della Costituzione, il terzo comma è sostituito dal seguente:« Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui all'articolo 117, secondo comma, lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, m.), limitatamente alle disposizioni generali e comuni per le politiche sociali, n), o), limitatamente alle politiche attive del lavoro e all'istruzione e formazione professionale, q), limitatamente al commercio con l'estero, s) e u), limitatamente al governo del territorio, possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, anche su richiesta delle stesse, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 119, purché la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio. La legge è approvata da entrambe le Camere, sulla base di intesa tra lo Stato e la Regione interessata ».
Art. 31.
(Modifica dell'articolo 117 della Costituzione)
1. L'articolo 117 della Costituzione è sostituito dal seguente: Art. 117. - La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea e dagli obblighi internazionali.
Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:
a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l'Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea;
b) immigrazione;
c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;
d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;
e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari e assicurativi; tutela e promozione della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; armonizzazione dei bilanci pubblici; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; perequazione delle risorse finanziarie;
f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;
g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali; norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l'uniformità sul territorio nazionale;
h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;
i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;
l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;
m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare;
n) disposizioni generali e comuni sull'istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica;
o) previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull'istruzione e formazione professionale;
p) ordinamento, legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane; disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni;
q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale; commercio con l'estero;
r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno;
s) tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo;
t) ordinamento delle professioni e della comunicazione;
u) disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile;
v) produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell'energia;
z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.
Spetta alle Regioni la potestà legislativa in materia di rappresentanza delle minoranze linguistiche, di pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno, di dotazione infrastrutturale, di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali, di promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale; salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche, in materia di servizi scolastici, di promozione del diritto allo studio, anche universitario; in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, di regolazione, sulla base di apposite intese concluse in ambito regionale, delle relazioni finanziarie tra gli enti territoriali della Regione per il rispetto degli obiettivi programmatici regionali e locali di finanza pubblica, nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato.
Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale.
Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, nelle materie di loro competenza, partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell'Unione europea e provvedono all'attuazione e all'esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell'Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite con legge dello Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di inadempienza.
La potestà regolamentare spetta allo Stato e alle Regioni secondo le rispettive competenze legislative. È fatta salva la facoltà dello Stato di delegare alle Regioni l'esercizio di tale potestà nelle materie di competenza legislativa esclusiva. I Comuni e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite, nel rispetto della legge statale o regionale.
Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.
La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni.
Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato ».
Art. 32.
(Modifiche all'articolo 118 della Costituzione)
1. All'articolo 118 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo comma, la parola: « Province, » è soppressa;
b) dopo il primo comma è inserito il seguente: « Le funzioni amministrative sono esercitate in modo da assicurare la semplificazione e la trasparenza dell'azione amministrativa, secondo criteri di efficienza e di responsabilità degli amministratori »;
c) al secondo comma, le parole: « , le Province » sono soppresse;
d) al terzo comma, le parole: « nella materia della tutela dei beni culturali » sono sostituite dalle seguenti: « in materia di tutela dei beni culturali e paesaggistici »;
e) al quarto comma, la parola: «, Province » è soppressa.
Art. 33.
(Modifica dell'articolo 119 della Costituzione)
1. L'articolo 119 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 119. - I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea.
I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri e dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio, in armonia con la Costituzione e secondo quanto disposto dalla legge dello Stato ai fini del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.
La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti assicurano il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche dei Comuni, delle Città metropolitane e delle Regioni. Con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell'esercizio delle medesime funzioni.
Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Città metropolitane e Regioni.
I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i principi generali determinati dalla legge dello Stato. Possono ricorrere all'indebitamento solo per finanziare spese di investimento, con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l'equilibrio di bilancio. È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti ».
Art. 34.
(Modifica all'articolo 120 della Costituzione)
1. All'articolo 120, secondo comma, della Costituzione, dopo le parole: « Il Governo » sono inserite le seguenti: « , acquisito, salvi i casi di motivata urgenza, il parere del Senato della Repubblica, che deve essere reso entro quindici giorni dalla richiesta, » e sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: « e stabilisce i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali dall'esercizio delle rispettive funzioni quando è stato accertato lo stato di grave dissesto finanziario dell'ente ».
Art. 35.
(Limiti agli emolumenti dei componenti degli organi regionali ed equilibrio tra i sessi nella rappresentanza)
1. All'articolo 122, primo comma, della Costituzione, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: « e i relativi emolumenti nel limite dell'importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione. La legge della Repubblica stabilisce altresì i principi fondamentali per promuovere l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza ».
Art. 36.
(Soppressione della Commissione parlamentare per le questioni regionali)
1. All'articolo 126, primo comma, della Costituzione, l'ultimo periodo è sostituito dal seguente: « Il decreto è adottato previo parere del Senato della Repubblica ».
CAPO V
MODIFICHE AL TITOLO VI
DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Art. 37.
(Elezione dei giudici della Corte costituzionale)
1. All'articolo 135 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni: a) il primo comma è sostituito dal seguente: « La Corte costituzionale è composta da quindici giudici, dei quali un terzo nominati dal Presidente della Repubblica, un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative, tre dalla Camera dei deputati e due dal Senato della Repubblica »;
b) al settimo comma, la parola: « senatore » è sostituita dalla seguente: « deputato ».
CAPO VI
DISPOSIZIONI FINALI
Art. 38.
(Disposizioni consequenziali e di coordinamento)
1. All'articolo 48, terzo comma, della Costituzione, le parole: « delle Camere » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati ».2. L'articolo 58 della Costituzione è abrogato.
3. L'articolo 61 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 61. - L'elezione della nuova Camera dei deputati ha luogo entro settanta giorni dalla fine della precedente. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dall'elezione.
Finché non sia riunita la nuova Camera dei deputati sono prorogati i poteri della precedente ».
4. All'articolo 62 della Costituzione, il terzo comma è abrogato.
5. All'articolo 73, secondo comma, della Costituzione, le parole: « Se le Camere, ciascuna a maggioranza assoluta dei propri componenti, ne dichiarano » sono sostituite dalle seguenti: « Se la Camera dei deputati, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, ne dichiara ».
6. All'articolo 81 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al secondo comma, le parole: « delle Camere » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati » e la parola: « rispettivi » è sostituita dalla seguente: « suoi »;
b) al quarto comma, le parole: « Le Camere ogni anno approvano » sono sostituite dalle seguenti: « La Camera dei deputati ogni anno approva »;
c) al sesto comma, le parole: « di ciascuna Camera, » sono
sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati, ».
7. All'articolo 87 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al terzo comma, le parole: « delle nuove Camere » sono sostituite dalle seguenti: « della nuova Camera dei deputati »;
b) all'ottavo comma, le parole: « delle Camere » sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati. Ratifica i trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione europea, previa l'autorizzazione di entrambe le Camere »;
c) al nono comma, le parole: « dalle Camere » sono sostituite dalle seguenti: « dalla Camera dei deputati ».
8. La rubrica del titolo V della parte II della Costituzione è sostituita dalla seguente: « Le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni ».
9. All'articolo 120, secondo comma, della Costituzione, dopo le parole: «, delle Province » sono inserite le seguenti: « autonome di Trento e di Bolzano ».
10. All'articolo 121, secondo comma, della Costituzione, le parole: « alle Camere » sono sostituite dalle seguenti: « alla Camera dei deputati ».
11. All'articolo 122, secondo comma, della Costituzione, le parole: « ad una delle Camere del Parlamento » sono sostituite dalle seguenti: « alla Camera dei deputati ».
12. All'articolo 132, secondo comma, della Costituzione, le parole: « della Provincia o delle Province interessate e » sono soppresse e le parole: « Province e Comuni, » sono sostituite dalle seguenti: « i Comuni, ».
13. All'articolo 133 della Costituzione, il primo comma è abrogato.
14. Il comma 2 dell'articolo 12 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente: « 2. Il Comitato di cui al comma 1 è presieduto dal Presidente della Giunta della Camera dei deputati ».
15. Alla legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) l'articolo 5 è sostituito dal seguente: « Art. 5. - 1. L'autorizzazione prevista dall'articolo 96 della Costituzione spetta alla Camera dei deputati, anche se il procedimento riguardi altresì soggetti che non sono membri della medesima Camera dei deputati »;
b) le parole: « Camera competente ai sensi dell'articolo 5 » e « Camera competente », ovunque ricorrono, sono sostituite dalle seguenti: « Camera dei deputati ».
16. All'articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1967, n. 2, al primo periodo, le parole: « da questo in seduta comune delle due Camere » sono sostituite dalle seguenti: « da ciascuna Camera » e le parole: « componenti l'Assemblea » sono sostituite dalle seguenti: « propri componenti »; al secondo periodo, le parole: « l'Assemblea » sono sostituite dalle seguenti: « di ciascuna Camera ».
Art. 39.
(Disposizioni transitorie)
1. In sede di prima applicazione e sino alla data di entrata in vigore della legge di cui all'articolo 57, sesto comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale, per l'elezione del Senato della Repubblica, nei Consigli regionali e della Provincia autonoma di Trento, ogni consigliere può votare per una sola lista di candidati, formata da consiglieri e da sindaci dei rispettivi territori. Al fine dell'assegnazione dei seggi a ciascuna lista di candidati si divide il numero dei voti espressi per il numero dei seggi attribuiti e si ottiene il quoziente elettorale. Si divide poi per tale quoziente il numero dei voti espressi in favore di ciascuna lista di candidati. I seggi sono assegnati a ciascuna lista di candidati in numero pari ai quozienti interi ottenuti, secondo l'ordine di presentazione nella lista dei candidati medesimi, e i seggi residui sono assegnati alle liste che hanno conseguito i maggiori resti; a parità di resti, il seggio è assegnato alla lista che non ha ottenuto seggi o, in mancanza, a quella che ha ottenuto il numero minore di seggi. Per la lista che ha ottenuto il maggior numero di voti, può essere esercitata l'opzione per l'elezione del sindaco o, in alternativa, di un consigliere, nell'ambito dei seggi spettanti. In caso di cessazione di un senatore dalla carica di consigliere o di sindaco, è proclamato eletto rispettivamente il consigliere o sindaco primo tra i non eletti della stessa lista.2. Quando, in base all'ultimo censimento generale della popolazione, il numero di senatori spettanti a una Regione, ai sensi dell'articolo 57 della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale, è diverso da quello risultante in base al censimento precedente, il Consiglio regionale elegge i senatori nel numero corrispondente all'ultimo censimento, anche in deroga al primo comma del medesimo articolo 57 della Costituzione. Si applicano in ogni caso le disposizioni di cui al comma 1.
3. Nella legislatura in corso alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, sciolte entrambe le Camere, non si procede alla convocazione dei comizi elettorali per il rinnovo del Senato della Repubblica.
4. Fino alla data di entrata in vigore della legge di cui all'articolo 57, sesto comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale, la prima costituzione del Senato della Repubblica ha luogo, in base alle disposizioni del presente articolo, entro dieci giorni dalla data della prima riunione della Camera dei deputati successiva alle elezioni svolte dopo la data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Qualora alla data di svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati di cui al periodo precedente si svolgano anche elezioni di Consigli regionali o dei Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano, i medesimi Consigli sono convocati in collegio elettorale entro tre giorni dal loro insediamento.
5. I senatori eletti sono proclamati dal Presidente della Giunta regionale o provinciale.
6. La legge di cui all'articolo 57, sesto comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale, è approvata entro sei mesi dalla data di svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati di cui al comma 4.
7. I senatori a vita in carica alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale permangono nella stessa carica, ad ogni effetto, quali membri del Senato della Repubblica.
8. Le disposizioni dei regolamenti parlamentari vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale continuano ad applicarsi, in quanto compatibili, fino alla data di entrata in vigore delle loro modificazioni, adottate secondo i rispettivi ordinamenti dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, conseguenti alla medesima legge costituzionale.
9. Fino all'adeguamento del regolamento della Camera dei deputati a quanto previsto dall'articolo 72, settimo comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 12 della presente legge costituzionale, in ogni caso il differimento del termine previsto dal medesimo articolo non può essere inferiore a dieci giorni.
10. In sede di prima applicazione dell'articolo 135 della Costituzione, come modificato dall'articolo 37 della presente legge costituzionale, alla cessazione dalla carica dei giudici della Corte costituzionale nominati dal Parlamento in seduta comune, le nuove nomine sono attribuite alternativamente, nell'ordine, alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica.
11. In sede di prima applicazione, nella legislatura in corso alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, su ricorso motivato presentato entro dieci giorni da tale data, o entro dieci giorni dalla data di entrata in vigore della legge di cui all'articolo 57, sesto comma, della Costituzione, come modificato dalla presente legge costituzionale, da almeno un quarto dei componenti della Camera dei deputati o un terzo dei componenti del Senato della Repubblica, le leggi promulgate nella medesima legislatura che disciplinano l'elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono essere sottoposte al giudizio di legittimità della Corte costituzionale. La Corte costituzionale si pronuncia entro il termine di trenta giorni. Anche ai fini di cui al presente comma, il termine di cui al comma 6 decorre dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di cui all'articolo 57, sesto comma, della Costituzione, come modificato dalla presente legge costituzionale, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano conformano le rispettive disposizioni legislative e regolamentari a quanto ivi stabilito.
12. Le leggi delle Regioni adottate ai sensi dell'articolo 117, terzo e quarto comma, della Costituzione, nel testo vigente fino alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, continuano ad applicarsi fino alla data di entrata in vigore delle leggi adottate ai sensi dell'articolo 117, secondo e terzo comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 31 della presente legge costituzionale.
13. Le disposizioni di cui al capo IV della presente legge costituzionale non si applicano alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni e Province autonome. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, e sino alla revisione dei predetti statuti speciali, alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome si applicano le disposizioni di cui all'articolo 116, terzo comma, ad esclusione di quelle che si riferiscono alle materie di cui all'articolo 117, terzo comma, della Costituzione, nel testo vigente fino alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e resta ferma la disciplina vigente prevista dai medesimi statuti e dalle relative norme di attuazione ai fini di quanto previsto dall'articolo 120 della Costituzione; a seguito della suddetta revisione, alle medesime Regioni a statuto speciale e Province autonome si applicano le disposizioni di cui all'articolo 116, terzo comma, della Costituzione, come modificato dalla presente legge costituzionale.
14. La Regione autonoma Valle d'Aosta/ Vallee d'Aoste esercita le funzioni provinciali già attribuite alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale.
Art. 40.
(Disposizioni finali)
1. Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL) è soppresso. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, d'intesa con il Ministro dell'economia e delle finanze, nomina, con proprio decreto, un commissario straordinario cui è affidata la gestione provvisoria del CNEL, per le attività relative al patrimonio, compreso quello immobiliare, nonché per la riallocazione delle risorse umane e strumentali presso la Corte dei conti e per gli altri adempimenti conseguenti alla soppressione. All'atto dell'insediamento del commissario straordinario decadono dall'incarico gli organi del CNEL e i suoi componenti per ogni funzione di istituto, compresa quella di rappresentanza. 2. Non possono essere corrisposti rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei Consigli regionali.
3. Tenuto conto di quanto disposto dalla presente legge costituzionale, entro la legislatura in corso alla data della sua entrata in vigore, la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica provvedono, secondo criteri di efficienza e razionalizzazione, all'integrazione funzionale delle amministrazioni parlamentari, mediante servizi comuni, impiego coordinato di risorse umane e strumentali e ogni altra forma di collaborazione. A tal fine è istituito il ruolo unico dei dipendenti del Parlamento, formato dal personale di ruolo delle due Camere, che adottano uno statuto unico del personale dipendente, nel quale sono raccolte e coordinate le disposizioni già vigenti nei rispettivi ordinamenti e stabilite le procedure per le modificazioni successive da approvare in conformità ai principi di autonomia, imparzialità e accesso esclusivo e diretto con apposito concorso. Le Camere definiscono altresì di comune accordo le norme che regolano i contratti di lavoro alle dipendenze delle formazioni organizzate dei membri del Parlamento, previste dai regolamenti. Restano validi a ogni effetto i rapporti giuridici, attivi e passivi, instaurati anche con i terzi.
4. Per gli enti di area vasta, tenuto conto anche delle aree montane, fatti salvi i profili ordinamentali generali relativi agli enti di area vasta definiti con legge dello Stato, le ulteriori disposizioni in materia sono adottate con legge regionale. Il mutamento delle circoscrizioni delle Città metropolitane è stabilito con legge della Repubblica, su iniziativa dei Comuni, sentita la Regione.
5. Fermo restando quanto stabilito dall'articolo 59, primo comma, della Costituzione, i senatori di cui al medesimo articolo 59, secondo comma, come sostituito dall'articolo 3 della presente legge costituzionale, non possono eccedere, in ogni caso, il numero complessivo di cinque, tenuto conto della permanenza in carica dei senatori a vita già nominati alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Lo stato e le prerogative dei senatori di diritto e a vita restano regolati secondo le disposizioni già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale.
6. I senatori della Provincia autonoma di Bolzano/Autonome Provinz Bozen sono eletti tenendo conto della consistenza dei gruppi linguistici in base all'ultimo censimento. In sede di prima applicazione ogni consigliere può votare per due liste di candidati, formate ciascuna da consiglieri e da sindaci dei rispettivi territori.
Art. 41.
(Entrata in vigore)
1. La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale successiva alla promulgazione. Le disposizioni della presente legge costituzionale si applicano a decorrere dalla legislatura successiva allo scioglimento di entrambe le Camere, salvo quelle previste dagli articoli 28, 35, 39, commi 3, 7 e 11, e 40, commi 1, 2, 3 e 4, che sono di immediata applicazione.
giovedì 7 aprile 2016
Marmellata di arance siciliane
Ricetta per Kg 1 di arance siciliane provenienti da agricoltura biologica e che non abbiano subito il
trattamento lucidante e conservante a cera della buccia.
Bucate
1 Kg di arance siciliane con tutta la buccia e tenetele in acqua per tre giorni.
Sostituite l’acqua una volta al giorno.
Trascorso
tale periodo estraetele dall’acqua, tagliatele a fette intere molto sottili e
pesatele.
Dopo
averle pesate aggiungete, in proporzione al loro peso, il 50% di acqua e versate il preparato in un
tegame, antiaderente, idoneo a contenerlo tutto, portatelo a ebollizione e, a vostro piacere, aggiungete non meno dell’80% di zucchero e mescolate di tanto in tanto.
Raggiunta la densità desiderata, versate la confettura
appena realizzata in vasetti di vetro sterilizzati in forno e ancora abbastanza
caldi.
La
durata della cottura varia a seconda della densità che si vuole raggiungere, in
genere il tempo di cottura è di un’ora circa.
Per
conservarli realizzate il sottovuoto necessario.
martedì 9 febbraio 2016
PERCHE' LOCATI E' STATO RIMOSSO DALLE INDICAZIONI DI LOCALITA'?
Una mattina all'improvviso, proveniendo da Blufi via Frazione Lupi, l'insegna stradale, rientrante nella segnaletica verticale, prevista dal codice della strada che indicava il centro abitato di LOCATI è stata rimossa ed in sua vece è stata apposta quella che indica il centro abitato di Bompietro.
Come mai l'amministrazione comunale ha rimosso l'insegna che indicava il centro abitato di LOCATI? E in virtù di quale giurisprudenza?
Di seguito riporto parte del Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada - Decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495 (in Suppl. ord. alla Gazz. Uff., 28 dicembre 1992, n. 303) e successive modificazioni.
TITOLO II - COSTRUZIONE E TUTELA DELLE STRADE
Capo II
3 - LA SEGNALETICA VERTICALE (ART. 39 C.S.)
D) SEGNALI DI INDICAZIONE
Art. 130. - Segnale di itinerario (art. 39 C.s.).
1. Sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali si può fare uso del SEGNALE DI ITINERARIO (
).
2. Esso va posto prima di ogni uscita per segnalare le località secondarie o lontane e i punti di interesse pubblico, turistico o geografico raggiungibili attraverso la viabilità ordinaria dall'uscita stessa.
3. Questo segnale non deve contenere più di cinque righe di iscrizioni. Le iscrizioni relative a località urbane, turistiche o geografiche devono essere inserite all'interno di inserti aventi il colore specifico a norma dell'articolo 78.
Art. 131. - Segnali di
località e di localizzazione (art. 39 C.s.).
1. I segnali che localizzano il territorio ai fini della circolazione stradale sono del tipo:
a) segnali di località e fine località;
b) localizzazione di punti di pubblico interesse.
2. I segnali di località si suddividono in:
a) obbligatori, che sono disposti all'inizio del centro abitato e devono essere a fondo bianco con cornice e lettere nere;
b) facoltativi, che possono essere disposti all'inizio e alla fine del territorio regionale o provinciale.
3. Il segnale di inizio centro abitato di cui al comma 1, lettera a) ha di massima le seguenti dimensioni:
a) per la installazione laterale: altezza 70/120 cm e lunghezza variabile in rapporto al nome della località;
b) per le installazioni al di sopra della carreggiata: altezza 90/160 cm e lunghezza variabile in rapporto al nome della località con un massimo di 350 cm.
4. Il segnale di INIZIO CENTRO ABITATO (
) ha
valore anche per segnalare per i centri abitati il limite di velocità e il
divieto dei segnali acustici, di cui rispettivamente agli articoli 142, comma
1, e 156, comma 3 del codice. Pertanto non è necessario aggiungere i due
segnali di prescrizione di LIMITE DI VELOCITA' e di DIVIETO DI SEGNALAZIONI
ACUSTICHE. Eventuali altre prescrizioni valide per l'intero centro abitato
possono essere rese note con il corrispondente segnale installato in
abbinamento a quello di INIZIO CENTRO ABITATO.
5. Nei segnali di cui al comma 4 i nomi di località devono essere riportati per intero e senza abbreviazioni. Quando la località ha nome composto, l'iscrizione può essere riportata su due righe. Questi segnali devono essere posti all'inizio dell'abitato lungo tutte le strade dirette alla località segnalata. Qualora si tratti di frazione di un Comune, il nome di quest'ultimo può figurare, tra parentesi ed in carattere ridotto, al di sotto del nome della località segnalata.
6. Il segnale FINE CENTRO ABITATO (
) è
costituito dalla combinazione di un segnale di località sbarrato obliquamente
in rosso e da un segnale di conferma recante i nomi di due o tre località
successive, integrati dalle rispettive distanze in chilometri. Le caratteristiche
della combinazione sono le seguenti:
a) dimensioni suggerite 120x160 cm;
b) colori: parte superiore con fondo bianco, cornice e iscrizioni nere, barra obliqua rossa (dall'alto a destra in basso a sinistra); nella parte inferiore, con fondo blu e iscrizioni in bianco, le distanze espresse in chilometri delle località seguenti;
c) prima riga in alto il prossimo centro abitato;
d) nella riga o righe sottostanti il centro abitato o i centri abitati successivi importanti, come il capoluogo della provincia.
Nel caso in cui non sia necessario indicare le località successive, specie se facenti parte dello stesso territorio comunale, il segnale è impiegato da solo.
7. I segnali INIZIO E FINE REGIONE (
) e
INIZIO E FINE PROVINCIA (
)
sono a fondo verde o blu, in relazione al tipo di strada sulla quale sono
installati, con cornici ed iscrizioni bianche. Il nome della regione o
provincia in cui si entra è posto superiormente, quello della regione o
provincia da cui si esce, posto inferiormente, è barrato con una fascia obliqua
rossa, come nel segnale di fine centro abitato. Le dimensioni suggerite del
segnale sono di 90x200 cm.
8. Non è consentito aggiungere al nome della località altre iscrizioni, né porre sotto il segnale altre scritte sia pure con pannello aggiuntivo. I segnali non conformi devono essere riportati nella norma a cura di chi li ha posti in opera. L'ente proprietario o concessionario della strada deve imporre il ripristino a chi è tenuto e, in caso di inadempienza entro sessanta giorni, può provvedervi d'ufficio con l'addebito delle relative spese. All'uopo comunicherà, con raccomandata con ricevuta di ritorno, al soggetto tenuto, la nota delle spese, con diffida a versarle entro venti giorni dal ricevimento della nota. Se nel termine fissato il versamento non è effettuato, l'ente proprietario si rivolge al Prefetto che, entro trenta giorni emette ordinanza ingiuntiva di pagamento, che costituisce titolo esecutivo ai sensi di legge.
9. I segnali di localizzazione dei luoghi o zone di pubblico interesse, non altrimenti individuabili, possono essere installati in corrispondenza dei posti di pronto soccorso, stazioni, posti di polizia o carabinieri, informazioni, ospedale, comune, polizia municipale, ecc. .
10. I segnali di cui al comma 9 sono posti perpendicolarmente all'asse stradale, all'altezza del punto segnalato e sono costituiti dal simbolo e da una freccia orizzontale rivolta verso l'ingresso. I simboli sono fissati nelle figure da II.100 a II.231. Le dimensioni sono le stesse di quelle dei segnali che indicano servizi di impianti utili (tab. II.8). Il colore del fondo è bianco, con cornice e freccia nera (figure da II.277 [ II.278, II.279, II.280, II.281, II.282, II.283 ] a II.284).
Come mai l'amministrazione comunale ha rimosso l'insegna che indicava il centro abitato di LOCATI? E in virtù di quale giurisprudenza?
Di seguito riporto parte del Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada - Decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495 (in Suppl. ord. alla Gazz. Uff., 28 dicembre 1992, n. 303) e successive modificazioni.
TITOLO II - COSTRUZIONE E TUTELA DELLE STRADE
Capo II
3 - LA SEGNALETICA VERTICALE (ART. 39 C.S.)
D) SEGNALI DI INDICAZIONE
Art. 130. - Segnale di itinerario (art. 39 C.s.).
1. Sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali si può fare uso del SEGNALE DI ITINERARIO (
2. Esso va posto prima di ogni uscita per segnalare le località secondarie o lontane e i punti di interesse pubblico, turistico o geografico raggiungibili attraverso la viabilità ordinaria dall'uscita stessa.
3. Questo segnale non deve contenere più di cinque righe di iscrizioni. Le iscrizioni relative a località urbane, turistiche o geografiche devono essere inserite all'interno di inserti aventi il colore specifico a norma dell'articolo 78.
1. I segnali che localizzano il territorio ai fini della circolazione stradale sono del tipo:
a) segnali di località e fine località;
b) localizzazione di punti di pubblico interesse.
2. I segnali di località si suddividono in:
a) obbligatori, che sono disposti all'inizio del centro abitato e devono essere a fondo bianco con cornice e lettere nere;
b) facoltativi, che possono essere disposti all'inizio e alla fine del territorio regionale o provinciale.
3. Il segnale di inizio centro abitato di cui al comma 1, lettera a) ha di massima le seguenti dimensioni:
a) per la installazione laterale: altezza 70/120 cm e lunghezza variabile in rapporto al nome della località;
b) per le installazioni al di sopra della carreggiata: altezza 90/160 cm e lunghezza variabile in rapporto al nome della località con un massimo di 350 cm.
4. Il segnale di INIZIO CENTRO ABITATO (
5. Nei segnali di cui al comma 4 i nomi di località devono essere riportati per intero e senza abbreviazioni. Quando la località ha nome composto, l'iscrizione può essere riportata su due righe. Questi segnali devono essere posti all'inizio dell'abitato lungo tutte le strade dirette alla località segnalata. Qualora si tratti di frazione di un Comune, il nome di quest'ultimo può figurare, tra parentesi ed in carattere ridotto, al di sotto del nome della località segnalata.
6. Il segnale FINE CENTRO ABITATO (
a) dimensioni suggerite 120x160 cm;
b) colori: parte superiore con fondo bianco, cornice e iscrizioni nere, barra obliqua rossa (dall'alto a destra in basso a sinistra); nella parte inferiore, con fondo blu e iscrizioni in bianco, le distanze espresse in chilometri delle località seguenti;
c) prima riga in alto il prossimo centro abitato;
d) nella riga o righe sottostanti il centro abitato o i centri abitati successivi importanti, come il capoluogo della provincia.
Nel caso in cui non sia necessario indicare le località successive, specie se facenti parte dello stesso territorio comunale, il segnale è impiegato da solo.
7. I segnali INIZIO E FINE REGIONE (
8. Non è consentito aggiungere al nome della località altre iscrizioni, né porre sotto il segnale altre scritte sia pure con pannello aggiuntivo. I segnali non conformi devono essere riportati nella norma a cura di chi li ha posti in opera. L'ente proprietario o concessionario della strada deve imporre il ripristino a chi è tenuto e, in caso di inadempienza entro sessanta giorni, può provvedervi d'ufficio con l'addebito delle relative spese. All'uopo comunicherà, con raccomandata con ricevuta di ritorno, al soggetto tenuto, la nota delle spese, con diffida a versarle entro venti giorni dal ricevimento della nota. Se nel termine fissato il versamento non è effettuato, l'ente proprietario si rivolge al Prefetto che, entro trenta giorni emette ordinanza ingiuntiva di pagamento, che costituisce titolo esecutivo ai sensi di legge.
9. I segnali di localizzazione dei luoghi o zone di pubblico interesse, non altrimenti individuabili, possono essere installati in corrispondenza dei posti di pronto soccorso, stazioni, posti di polizia o carabinieri, informazioni, ospedale, comune, polizia municipale, ecc. .
10. I segnali di cui al comma 9 sono posti perpendicolarmente all'asse stradale, all'altezza del punto segnalato e sono costituiti dal simbolo e da una freccia orizzontale rivolta verso l'ingresso. I simboli sono fissati nelle figure da II.100 a II.231. Le dimensioni sono le stesse di quelle dei segnali che indicano servizi di impianti utili (tab. II.8). Il colore del fondo è bianco, con cornice e freccia nera (figure da II.277 [ II.278, II.279, II.280, II.281, II.282, II.283 ] a II.284).
mercoledì 20 maggio 2015
Richiesta rimborso arretrati pensione e ricalcolo.
Spett.le INPS
Sede di PALERMO
Via Francesco Laurana, 59
90143 - PALERMO
_______________,
..............................
Oggetto: Richiesta di
ricostituzione della pensione e di rimborso degli arretrati a seguito di
intervenuta abrogazione dell'art. 24, comma 25 del d.l. n. 201/2011 con sentenza
Corte Costituzionale n. 70/2015.
A seguito di
intervenuta abrogazione dell'art. 24, comma 25 del d.l. n. 201/2011 con sentenza
della Corte Costituzionale n. 70/2015, _l_ sottoscritta/o:
Cognome ......................................................... Nome
......................................................... Categoria e
numero pensione ............................................................
Stato civile ..................... Nata/o il ..............................
a ....................................................................,
Provincia di .............., Stato ............ Cittadinanza .....................
Residente in ................................................, Provincia di ............,
Stato ............. Indirizzo ..................................................................................................
CAP ........... Telefono ........................ Cellulare ..........................
e-mail ........................................
CHIEDE
La
ricostituzione della pensione e la corresponsione degli arretrati maturati, nell'importo
complessivo maturato fino all'effettivo soddisfo, nonché ogni altro adempimento
necessario, in forza della normativa in vigore risultante dalla sentenza n.
70/2015 della Corte Costituzionale.
FIRMA
.....................................................
Pensioni: legge Fornero incostituzionalità art. 24 - sentenza

Sentenza 70/2015
Giudizio GIUDIZIO DI LEGITTIMITÀ
COSTITUZIONALE IN VIA INCIDENTALE
Presidente CRISCUOLO - Redattore SCIARRA
Udienza Pubblica del 10/03/2015 Decisione del 10/03/2015
Deposito del 30/04/2015 Pubblicazione in G. U. 06/05/2015
n. 18
Norme impugnate: Art. 24, c. 25°, del
decreto legge 06/12/2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dall'art. 1,
c. 1°, della legge 22/12/2011, n. 214.
Massime:
Atti decisi: ordd. 35, 158, 159 e
192/2014
SENTENZA N. 70
ANNO 2015
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai
signori: Presidente: Alessandro CRISCUOLO; Giudici : Paolo Maria NAPOLITANO,
Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario
MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS,
Nicolò ZANON,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei
giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge
6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il
consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1,
comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, promossi dal Tribunale ordinario
di Palermo, sezione lavoro, con ordinanza del 6 novembre 2013, dalla Corte dei
conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna,
con due ordinanze del 13 maggio 2014, e dalla Corte dei conti, sezione
giurisdizionale per la
Regione Liguria, con ordinanza del 25 luglio 2014,
rispettivamente iscritte ai nn. 35, 158, 159 e 192 del registro ordinanze 2014
e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, nn. 14, 41 e 46, prima
serie speciale, dell' anno 2014.
Visti
gli atti di costituzione di C.G. e dell’Istituto nazionale della previdenza
sociale (INPS), nonché gli atti di intervento di T.G. e del Presidente del
Consiglio dei ministri;
udito
nell'udienza pubblica del 10 marzo 2015 il Giudice relatore Silvana Sciarra;
uditi
gli avvocati Riccardo Troiano per C.G., Luigi Caliulo e Filippo Mangiapane per
l’INPS e l’avvocato dello Stato Giustina Noviello per il Presidente del
Consiglio dei ministri.
1.–
Il Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, con ordinanza del 6 novembre
2013, (r.o. n. 35 del 2014), la
Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna,
con due ordinanze del 13 maggio 2014 (r.o. n. 158 e r.o. n. 159 del 2014), e la Corte dei Conti, sezione
giurisdizionale per la
Regione Liguria, con ordinanza del 25 luglio 2014, (r.o. n.
192 del 2014) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale del comma
25 dell’art. 24, del decreto-legge del 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni
urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici),
convertito, con modificazioni, dall’ art. 1, comma 1 della legge 22 dicembre
2011, n. 214, nella parte in cui prevede che «In considerazione della
contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti
pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della
legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013,
esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre
volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento», in
riferimento agli artt. 2, 3, 23, 36, primo comma, 38, secondo comma, 53 e 117,
primo comma, della Costituzione.
Il
Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, premette di essere stato adito
per la condanna dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) a
corrispondere al ricorrente i ratei di pensione maturati e non percepiti nel
biennio 2012-2013, maggiorati di interessi e rivalutazione monetaria fino
all’effettivo soddisfo, previa dichiarazione di illegittimità costituzionale
dell’azzeramento della perequazione automatica delle pensioni superiori a tre
volte il trattamento minimo INPS introdotto dalla norma censurata.
Il
giudice rimettente rileva che la discrezionalità di cui gode il legislatore
nella scelta del meccanismo perequativo diretto all’adeguamento delle pensioni,
fondata sul disposto degli artt. 36 e 38 Cost., ha trovato il proprio
meccanismo attuativo nel sistema di perequazione automatica dei trattamenti
pensionistici, introdotto dall’art. 19 della legge 30 aprile 1969, n. 153
(Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza
sociale). Aggiunge che il blocco introdotto dalla normativa censurata reitera,
rendendola più gravosa, la misura di interruzione del sistema perequativo già a
suo tempo sancita dalla legge 24 dicembre 2007, n. 247 (Norme di attuazione del
Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire
l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro
e previdenza sociale), che era limitata ai soli trattamenti pensionistici
eccedenti otto volte il trattamento minimo INPS, nonostante il monito rivolto
al legislatore dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 316 del 2010, teso
a rimuovere il rischio della frequente reiterazione di misure volte a
paralizzare il meccanismo perequativo.
Con
la misura censurata, secondo il rimettente, si sarebbe violato l’invito della
Corte, mediante azzeramento della perequazione per i trattamenti pensionistici
di più basso importo, per due anni consecutivi e senza alcuna successiva
possibilità di recupero.
Il
giudice a quo richiama la giurisprudenza costituzionale (in particolare la sentenza
n. 223 del 2012) secondo cui la gravità della situazione economica, che lo
Stato deve affrontare, può giustificare anche il ricorso a strumenti
eccezionali, con la finalità di contemperare il soddisfacimento degli interessi
finanziari con la garanzia dei servizi e dei diritti dei cittadini, nel
rispetto del principio fondamentale di eguaglianza.
Deduce,
quindi, la violazione dell’art. 38, secondo comma, Cost., poiché l’assenza di
rivalutazione impedirebbe la conservazione nel tempo del valore della pensione,
menomandone l’adeguatezza e dell’art. 36, primo comma, Cost., in quanto il
blocco della perequazione lederebbe il principio di proporzionalità tra la
pensione, che costituisce il prolungamento della retribuzione in costanza di
lavoro, e il trattamento retributivo percepito durante l’attività lavorativa.
Sostiene,
altresì, la lesione del combinato disposto degli artt. 36, 38 e 3 Cost., poiché
la mancata rivalutazione, violando il principio di proporzionalità tra pensione
e retribuzione e quello di adeguatezza della prestazione previdenziale,
altererebbe il principio di eguaglianza e ragionevolezza, causando una
irrazionale discriminazione in danno della categoria dei pensionati. Deduce,
inoltre, la violazione del principio di universalità dell’imposizione di cui
all’art. 53 Cost. e di quello di non discriminazione ai fini dell’imposizione e
di parità di prelievo a parità di presupposto di imposta di cui al combinato
disposto degli artt. 3, 23 e 53 Cost., poiché, indipendentemente dal nomen
iuris utilizzato, la misura adottata si configurerebbe quale prestazione
patrimoniale di natura sostanzialmente tributaria, in quanto doverosa, non
connessa all’esistenza di un rapporto sinallagmatico tra le parti e collegata
esclusivamente alla pubblica spesa in relazione ad un presupposto
economicamente rilevante.
2.–
La Corte dei
conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia - Romagna, che ha sollevato con
due distinte ordinanze la questione di legittimità costituzionale del comma 25
dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, riferisce che il
ricorrente nel giudizio principale lamentava la mancata rivalutazione
automatica del proprio trattamento pensionistico in applicazione della norma
oggetto di censura, per effetto della esclusione del meccanismo di perequazione
per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS.
Evidenzia,
alla luce della giurisprudenza costituzionale, l’illegittimità delle frequenti
reiterazioni di misure intese a paralizzare il meccanismo perequativo,
sottolineando, altresì, il carattere peggiorativo della norma censurata
rispetto all’art.1, comma 19, della legge n. 247 del 2007, così determinando il
blocco dell’adeguamento dei trattamenti superiori a tre volte, anziché a otto
volte, rispetto al trattamento minimo INPS, avuto anche riguardo alla vicinanza
temporale rispetto all’ultimo azzeramento attuato, nonché alla mancata
previsione di un meccanismo di recupero.
In
particolare, secondo il giudice a quo, il vizio della norma censurata emerge
ove si consideri che la natura di retribuzione differita delle pensioni
ordinarie è stata ormai definitivamente riconosciuta dalla Corte costituzionale
(viene richiamata la sentenza n. 116 del 2013). Il maggior prelievo tributario
rispetto ad altre categorie risulta, con più evidenza, discriminatorio, poiché
grava su redditi ormai consolidati nel loro ammontare, collegati a prestazioni
lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa,
rispetto ai quali non risulta più possibile ridisegnare sul piano
sinallagmatico il rapporto di lavoro, con conseguente lesione degli artt. 3 e
53 Cost.
Ad
avviso della Corte rimettente, il mancato adeguamento delle retribuzioni
equivale a una loro decurtazione in termini reali con effetti permanenti, ancorché
il blocco sia formalmente temporaneo, non essendo previsto alcun meccanismo di
recupero, con conseguente violazione degli artt. 3, 53, 36 e 38 Cost. Tale
blocco incide sui pensionati, fascia per antonomasia debole per età ed
impossibilità di adeguamento del reddito, come evidenziato dalla Corte
costituzionale, secondo la quale i redditi derivanti dai trattamenti
pensionistici non hanno, per questa loro origine, una natura diversa e minoris
generis rispetto agli altri redditi presi a riferimento, ai fini
dell’osservanza dell’art. 53 Cost., che non consente trattamenti in peius di
determinate categorie di redditi da lavoro (viene richiamata ancora la sentenza
n. 116 del 2013).
La Corte dei conti aggiunge che
l’introduzione di un’imposta speciale, sia pure transitoria ed eccezionale,
viola il principio della parità di prelievo a parità di presupposto d’imposta
economicamente rilevante e che, quindi, il blocco della perequazione si traduce
in una lesione del combinato disposto di cui agli artt. 3 e 53 Cost., in quanto
la norma censurata limita i destinatari della stessa soltanto ad una “platea di
soggetti passivi”, cioè ai percettori del trattamento pensionistico, in
violazione del principio della universalità della imposizione.
Essa
sottolinea, inoltre, come l’intervento legislativo evidenzi il carattere sempre
più strutturale del meccanismo di azzeramento della rivalutazione e non quello
di misura eccezionale, non reiterabile, senza osservare il monito espresso
dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 316 del 2010, con riguardo ai
gravi rischi di irragionevolezza e violazione della proporzionalità derivanti
dalla frequente reiterazione delle misure volte a paralizzare il meccanismo di
perequazione automatica, in quanto le pensioni, anche di maggior consistenza,
potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del
potere di acquisto della moneta.
Deduce,
poi, come la norma censurata si presenti lesiva anche del principio di
affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, garantito dall’art. 3
Cost., giacché i pensionati adeguano i programmi di vita alle previsioni circa
le proprie disponibilità economiche, con conseguente pregiudizio per le
aspettative di vita di questi ultimi .
Sostiene,
quindi, la palese irragionevolezza del provvedimento censurato e
l’irrazionalità dello stesso per eccedenza del mezzo rispetto al fine, dovendo
provvedersi ad esigenze quali la «contingente situazione finanziaria»
richiamata dal legislatore mediante la fiscalità ordinaria, secondo il disposto
di cui all’art. 53 Cost.
Invoca,
infine, sulla base dell’art. 117, primo comma, Cost., quale parametro
interposto, la Convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
firmata a Roma 4 novembre 1950 (CEDU), ratificata e resa esecutiva con legge 4
agosto 1955, n. 848, richiamando poi il principio della certezza del diritto,
quale patrimonio comune degli Stati contraenti, nonché il diritto
dell’individuo alla libertà e alla sicurezza di cui all’art. 6 della Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000
e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, il diritto di non discriminazione
che include anche quella fondata sul patrimonio (art. 21), il diritto degli
anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente (art. 25), il diritto
alla protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale (art.
33) ed il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi
sociali di cui all’art. 34 della medesima Carta.
3.–
La Corte dei
conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria,
premette che la ricorrente nel giudizio principale era titolare di pensione
diretta e di pensione indiretta del Fondo dipendenti INPS e che l’importo
complessivo dei due trattamenti era stato mantenuto fermo anche negli anni 2012
e 2013, in
applicazione della norma impugnata, aggiungendo che la parte aveva agito per la
condanna dell’INPS al pagamento delle quote di trattamento non corrisposte,
previo promovimento della questione di legittimità costituzionale della norma
censurata.
Nel
merito, osserva la Corte
rimettente che, pur avendo la
Corte costituzionale ammesso, in linea di principio, la
compatibilità costituzionale di disposizioni legislative che incidano su
situazioni soggettive attinenti ai rapporti di durata, facendosi carico di
esigenze di contenimento della spesa pubblica, la stessa ha, al contempo,
invitato il legislatore a salvaguardare il principio di ragionevolezza nelle
manovre economiche adottate, a tutela degli interessi dei cittadini (viene
richiamata la sentenza n. 316 del 2010).
Nel
caso del comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito,
secondo il giudice a quo difetterebbero i presupposti segnalati dalla
giurisprudenza costituzionale, atteso che, in primo luogo, l’intervento non
avrebbe il carattere realmente temporaneo voluto dal giudice delle leggi,
perché esteso per un arco temporale di due anni. Inoltre, esso non
riguarderebbe soltanto le pensioni più alte, incidendo, invece, sui trattamenti
pensionistici di più basso importo, superiori ad euro 1.405,05 lordi per il
2012 ed a euro 1.441,56 lordi per il 2013. Per tali trattamenti, secondo la Corte rimettente, la
pressante esigenza di rivalutazione sistematica del correlativo valore monetario,
che garantisce il soddisfacimento degli stessi bisogni alimentari, sarebbe
irrimediabilmente frustrata.
In
particolare, lo sganciamento dai meccanismi di adeguamento automatico dei
trattamenti pensionistici superiori a tre volte il minimo INPS, per un tempo
considerevole, minerebbe il sistema di adeguamento costituzionalmente
rilevante, con violazione dei principi di cui agli artt. 36 e 38 Cost.
Come
ricordato dal giudice rimettente, la
Corte costituzionale ha affermato (viene citata la sentenza
n. 497 del 1988) che la protezione così garantita ai lavoratori postula
requisiti di effettività, tanto più che essa si collega alla tutela dei diritti
fondamentali della persona sanciti dall’art. 2 Cost., mentre il perdurante
necessario rispetto dei principi di sufficienza ed adeguatezza delle pensioni
impone al legislatore, pur nell’esercizio del suo potere discrezionale di
bilanciamento tra le varie esigenze di politica economica e le disponibilità
finanziarie, di individuare un meccanismo in grado di assicurare un reale ed
effettivo adeguamento dei trattamenti di quiescenza alle variazioni del costo
della vita (il richiamo è alla sentenza n. 30 del 2004).
Il
Collegio rimettente osserva, quindi, che la Corte costituzionale, pur avendo riconosciuto,
con la sentenza n. 316 del 2010, la legittimità di temporanee sospensioni della
perequazione, anche se limitate alle pensioni di importo più elevato, ha, al
contempo, precisato che la ragionevolezza complessiva del sistema dovrà essere
apprezzata nel quadro del contemperamento di interessi di rango costituzionale,
alla luce dell’art. 3 Cost. Con ciò si intende evitare che una generalizzata
esigenza di contenimento della finanza pubblica possa risultare sempre e
comunque valido motivo per determinare la compromissione «di diritti maturati o
la lesione di consolidate sfere di interessi, sia individuali, sia anche
collettivi» (viene citata la sentenza n. 92 del 2013).
Deduce,
poi, il contrasto con gli artt. 3, 23, 53 Cost., sollevando d’ufficio la
relativa questione, per essere stato imposto con la norma censurata un
sacrificio cospicuo ad una sola categoria di cittadini, incorrendo nella
violazione del principio di eguaglianza, a causa della disparità di trattamento
che può essere ravvisata nella differente previsione di prestazioni
patrimoniali a carico di soggetti titolari di redditi analoghi.
4.–
Si è costituito in giudizio (r.o. n. 35 del 2014) C.G., ricorrente nel giudizio
principale pendente dinanzi al Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro,
instando per la declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione
legislativa censurata. Sostiene, in particolare, il pregiudizio per
l’adeguatezza delle prestazioni previdenziali, la quale imporrebbe la costante
perequazione della pensione al mutamento dei valori monetari. Aggiunge il
difetto di qualsivoglia modalità di recupero della somma oggetto di blocco
della perequazione per il biennio 2012-2013 e la conseguente violazione degli
artt. 3, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost., in quanto il criterio
adottato sarebbe irragionevole, lesivo del principio di proporzionalità tra
pensione e retribuzione, nonché del principio di adeguatezza di cui all’art. 38
Cost.
5.–
Si è, altresì, costituito in tutti i giudizi, (r.o. n.n. 35, 158, 159 e 192 del
2014), l’INPS, chiedendo che siano dichiarate manifestamente infondate le
questioni di legittimità costituzionale sollevate, alla luce della
giurisprudenza costituzionale secondo cui spetta alla discrezionalità del
legislatore, in conformità a un ragionevole bilanciamento dei valori
costituzionali, dettare la disciplina di un adeguato trattamento pensionistico
alla stregua delle risorse disponibili, fatta salva la garanzia di salvaguardia
delle esigenze minime di protezione della persona.
L’Istituto
osserva, al riguardo, che la norma censurata si limita a sospendere
l’operatività del meccanismo rivalutativo esistente per un breve orizzonte
temporale e a salvaguardare le posizioni più deboli sotto il profilo economico,
evidenziando, altresì, come la
Corte, con la sentenza n. 316 del 2010, abbia già deciso,
respingendola, analoga questione di legittimità costituzionale dell’art. 1,
comma 19, della legge n. 247 del 2007 ed aggiungendo che la mancata
perequazione per un tempo limitato della pensione non incide sulla sua
adeguatezza, in particolare per le pensioni di importo più elevato.
6.–
Ha proposto intervento ad adiuvandum T.G., premettendo di essere iscritto al
Fondo pensioni del personale delle Ferrovie dello Stato spa, di non aver
goduto, in forza dell’applicazione della norma di cui al comma 25 dell’art. 24,
del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, degli aumenti di perequazione
automatica per la parte di pensione superiore a tre volte il trattamento minimo
e di aver depositato analogo ricorso per le proprie pretese pensionistiche
dinanzi alla sezione giurisdizionale del Tribunale amministrativo regionale del
Lazio, allo scopo di sentir dichiarato il proprio diritto alla perequazione
automatica.
Assume,
in particolare, a sostegno dell’ammissibilità del proprio intervento, il
difetto di tutela per chi non abbia partecipato al giudizio principale, ma
versi nelle medesime condizioni delle parti e, nel merito, la violazione degli
artt. 38, secondo comma, 36, primo comma, e 3 Cost., nonché, infine, dell’art.
53 e del combinato disposto degli artt. 2, 23 e 53 Cost.
7.–
E’ intervenuto nei giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri,
rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, instando per
l’inammissibilità o, comunque, per la manifesta infondatezza della questione
sollevata.
La
difesa dello Stato eccepisce preliminarmente il difetto della previa domanda
amministrativa, presupposto dell’azione, la cui mancanza renderebbe la domanda
improponibile e adduce l’esistenza di una temporanea carenza di giurisdizione,
rilevabile in qualsiasi stato e grado del giudizio.
L’Avvocatura
generale rileva, in ogni caso, la manifesta infondatezza della questione
riguardo a tutti i parametri segnalati e richiama la giurisprudenza
costituzionale, nonché il principio dalla stessa espresso, secondo cui la
mancata perequazione della pensione per un periodo contenuto non incide
sull’adeguatezza del trattamento pensionistico.
8.–
All’udienza pubblica, le parti costituite hanno insistito per l’accoglimento
delle conclusioni formulate nelle difese scritte.
1.–
Il Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, con ordinanza del 6 novembre
2013 (r.o. n. 35 del 2014), la
Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia–Romagna,
con due ordinanze del 13 maggio 2014 (r.o. n. 158 e n. 159 del 2014) e la Corte dei conti, sezione
giurisdizionale per la
Regione Liguria, con ordinanza del 25 luglio 2014 (r.o. n.
192 del 2014), dubitano della legittimità costituzionale del comma 25 dell’art.
24, decreto-legge del 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la
crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214,
nella parte in cui, per gli anni 2012 e 2013, limita la rivalutazione monetaria
dei trattamenti pensionistici nella misura del 100 per cento, esclusivamente
alle pensioni di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo
INPS, in riferimento, nel complesso, agli artt. 2, 3, 23, 36, primo comma, 38,
secondo comma, 53 e 117, primo comma della Costituzione, quest’ultimo in
relazione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e
delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 (CEDU), ratificata
e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848.
Tutti
i giudici rimettenti ritengono che il comma 25 dell’art. 24 sarebbe
costituzionalmente illegittimo per violazione degli artt. 3, 36, primo comma, e
38, secondo comma, Cost., in quanto la mancata rivalutazione, violando i
principi di proporzionalità e adeguatezza della prestazione previdenziale, si
porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza e ragionevolezza,
causando una irrazionale discriminazione in danno della categoria dei
pensionati.
La
norma censurata recherebbe anche un vulnus agli artt. 2, 23 e 53 Cost., poiché
la misura adottata si configurerebbe quale prestazione patrimoniale di natura
sostanzialmente tributaria, in violazione del principio dell’universalità
dell’imposizione a parità di capacità contributiva, in quanto posta a carico di
una sola categoria di contribuenti.
La
sola Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia -
Romagna censura, infine, la predetta disposizione, anche con riferimento
all’art. 117, primo comma, Cost., in relazione alla CEDU, richiamando, poi, gli
artt. 6, 21, 25, 33 e 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12
dicembre 2007.
2.–
I giudizi hanno ad oggetto la stessa norma, censurata in relazione a parametri
costituzionali, per profili e con argomentazioni in larga misura coincidenti.
Deve,
pertanto, esser disposta la riunione dei giudizi al fine di un’unica pronuncia
(ex plurimis, sentenza n. 16 del 2015, ordinanza n. 164 del 2014).
Nel
giudizio promosso dal Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, ha
spiegato intervento ad adiuvandum T.G., che non è parte nel procedimento
principale, assumendo di aver proposto analogo ricorso dinanzi alla Corte dei
conti, sezione giurisdizionale per la Regione Lazio, allo scopo di sentir riconosciuto
il proprio diritto alla perequazione automatica del trattamento pensionistico,
per gli anni 2012 e 2013, negato dall’INPS.
Secondo
la costante giurisprudenza di questa Corte (per tutte, sentenza n. 216 del
2014), possono intervenire nel giudizio incidentale di legittimità
costituzionale le sole parti del giudizio principale ed i terzi portatori di un
interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto
in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o
dalle norme oggetto di censura.
La
circostanza che l’istante sia parte in un giudizio diverso da quello oggetto
dell'ordinanza di rimessione, nel quale sia stata sollevata analoga questione
di legittimità costituzionale, non è sufficiente a rendere ammissibile
l'intervento (ex plurimis, ordinanza n. 150 del 2012).
Conseguentemente,
poiché T.G. non è stato parte del giudizio principale nel corso del quale è
stata sollevata la questione di legittimità costituzionale oggetto
dell'ordinanza iscritta al n. 35 del reg. ord. 2014, né risulta essere titolare
di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto
sostanziale dedotto in giudizio, l’intervento dallo stesso proposto va
dichiarato inammissibile.
3.–
La Corte dei
conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna,
nelle due ordinanze di rimessione, dubita della legittimità costituzionale del
comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito dalla legge n.
214 del 2011, in
riferimento, fra l’altro all’art. 117, primo comma, Cost. e invoca
genericamente, quale parametro interposto, la CEDU, per poi richiamare, più specificamente, una
serie di disposizioni contenute nella Carta dei diritti fondamentali
dell’Unione europea.
In
particolare, sono evocati, oltre al principio della certezza del diritto quale
«patrimonio comune agli Stati contraenti», anche « gli altri diritti garantiti
dalla Carta: il diritto dell’individuo alla libertà e alla sicurezza (art. 6),
il diritto di non discriminazione, che include anche quella fondata sul
“patrimonio”, (art. 21), il diritto degli anziani di condurre una vita
dignitosa ed indipendente (art. 25), il diritto alla protezione della famiglia
sul piano giuridico, economico e sociale (art. 33), il diritto di accesso alle
prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali (art. 34)».
La
questione, come prospettata, è inammissibile.
Va
preliminarmente rilevato che questa Corte ritiene configurarsi un’ipotesi di
inammissibilità della questione, qualora il giudice non fornisca una
motivazione adeguata sulla non manifesta infondatezza della stessa, limitandosi
a evocarne i parametri costituzionali, senza argomentare in modo sufficiente in
ordine alla loro violazione (ex plurimis, ordinanza n. 36 del 2015).
In
tale ipotesi, il difetto nell’esplicitazione delle ragioni di conflitto tra la
norma censurata e i parametri costituzionali evocati inibisce lo scrutinio nel
merito delle questioni medesime (fra le altre, ordinanza n. 158 del 2011), con
conseguente inammissibilità delle stesse.
Nel
caso di specie, la Corte
rimettente si limita a richiamare l’art. 117, primo comma, Cost., per
violazione della CEDU «come interpretata dalla Corte di Strasburgo»
senza
addurre alcun elemento a sostegno di tale asserito vulnus, in particolare con
riferimento alle modalità di incidenza della norma oggetto di impugnazione sul
parametro costituzionale evocato.
Inoltre
il richiamo alla CEDU si rivela, nella sostanza, erroneo, atteso che esso
risulta affiancato dal riferimento a disposizioni normative riconducibili alla
Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Quest’ultima fonte, come
risulta dall’art. 6, comma 1 del Trattato sull’Unione europea, come modificato
dal Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, ratificato e reso
esecutivo con la legge 2 agosto 2008, n. 130, ha lo stesso valore
giuridico dei trattati.
Pertanto,
l’esame dell’ordinanza di rimessione non consente di evincere in qual modo le
norme della CEDU siano compromesse, per effetto dell’applicazione della
disposizione oggetto di censura.
Una
tale carenza argomentativa costituisce motivo di inammissibilità della
questione di legittimità costituzionale, in quanto preclusiva della valutazione
della fondatezza.
Il
giudice a quo non fornisce sufficienti elementi che consentano di vagliare le
modalità di incidenza della norma censurata sul parametro genericamente
invocato ed omette di allegare argomenti a sostegno degli effetti pregiudizievoli
di tale incidenza, richiamando erroneamente disposizioni normative afferenti al
diritto primario dell’Unione europea.
4.–
La questione di costituzionalità per violazione degli artt. 2, 3, 23 e 53
Cost., in relazione alla presunta natura tributaria della misura in esame, non
è fondata.
Tutte
le ordinanze di rimessione affermano che, nel caso di specie, indipendentemente
dal nomen iuris utilizzato, la misura di azzeramento della rivalutazione
automatica per gli anni 2012 e 2013, relativa ai trattamenti pensionistici
superiori a tre volte il trattamento minimo INPS, configurerebbe una
prestazione patrimoniale di natura tributaria, lesiva del principio di
universalità dell’imposizione a parità di capacità contributiva, in quanto
posta a carico di una sola categoria di contribuenti. Nell’imporre alle parti
di concorrere alla spesa pubblica non in ragione della propria capacità
contributiva, essa violerebbe il principio di eguaglianza.
I rimettenti richiamano, in
particolare, le decisioni n. 116 del 2013 e n. 223 del 2012 nella parte in cui
si afferma che la
Costituzione non impone una tassazione fiscale uniforme, con
criteri assolutamente identici e proporzionali per tutte le tipologie di
imposizione tributaria, ma esige un indefettibile raccordo con la capacità
contributiva, in un quadro di sistema informato a criteri di progressività,
come svolgimento ulteriore, nello specifico campo tributario, del principio di
eguaglianza (in tal senso, fra le più recenti, sentenza n. 10 del 2015). Ciò si
collega al compito di rimozione degli ostacoli economico-sociali che di fatto
limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini-persone umane, in spirito di
solidarietà politica, economica e sociale di cui agli artt. 2 e 3 della
Costituzione (ordinanza n. 341 del 2000, ripresa sul punto dalla sentenza n.
223 del 2012).
L’azzeramento
della perequazione automatica oggetto di censura, tuttavia, sfugge ai canoni
della prestazione patrimoniale di natura tributaria, atteso che esso non dà
luogo ad una prestazione patrimoniale imposta, realizzata attraverso un atto
autoritativo di carattere ablatorio, destinato a reperire risorse per l’erario.
La
giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sentenze n. 219 e n. 154 del 2014)
ha costantemente precisato che gli elementi indefettibili della fattispecie
tributaria sono tre: la disciplina legale deve essere diretta, in via
prevalente, a procurare una (definitiva) decurtazione patrimoniale a carico del
soggetto passivo; la decurtazione non deve integrare una modifica di un rapporto
sinallagmatico; le risorse, connesse ad un presupposto economicamente rilevante
e derivanti dalla suddetta decurtazione, devono essere destinate a sovvenire
pubbliche spese.
Un
tributo consiste in un «prelievo coattivo che è finalizzato al concorso alle pubbliche
spese ed è posto a carico di un soggetto passivo in base ad uno specifico
indice di capacità contributiva» (sentenza n. 102 del 2008). Tale indice deve
esprimere l’idoneità di ciascun soggetto all’obbligazione tributaria (fra le
prime, sentenze n. 91 del 1972, n. 97 del 1968, n. 89 del 1966, n. 16 del 1965
e n. 45 del 1964).
Il
comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, che dispone
per un biennio il blocco del meccanismo di rivalutazione dei trattamenti
pensionistici superiori a tre volte il trattamento minimo INPS, non riveste,
quindi, natura tributaria, in quanto non prevede una decurtazione o un prelievo
a carico del titolare di un trattamento pensionistico.
In
base ai criteri elaborati da questa Corte in ordine alle prestazioni
patrimoniali, in assenza di una decurtazione patrimoniale o di un prelievo
della stessa natura a carico del soggetto passivo, viene meno in radice il
presupposto per affermare la natura tributaria della disposizione. Inoltre,
viene a mancare il requisito che consente l’acquisizione delle risorse al
bilancio dello Stato, poiché la disposizione non fornisce, neppure in via
indiretta, una copertura a pubbliche spese, ma determina esclusivamente un
risparmio di spesa.
Il
difetto dei requisiti propri dei tributi e, in generale, delle prestazioni
patrimoniali imposte, determina, quindi, la non fondatezza delle censure
sollevate in riferimento al mancato rispetto dei principi di progressività e di
capacità contributiva.
5.–
La questione prospettata con riferimento agli artt. 3, 36, primo comma, e 38,
secondo comma, Cost. è fondata.
La
perequazione automatica, quale strumento di adeguamento delle pensioni al
mutato potere di acquisto della moneta, fu disciplinata dalla legge 21 luglio
1965, n. 903 (Avviamento alla riforma e miglioramento dei trattamenti di
pensione della previdenza sociale), all’art. 10, con la finalità di
fronteggiare la svalutazione che le prestazioni previdenziali subiscono per il
loro carattere continuativo.
Per
perseguire un tale obiettivo, in fasi sempre mutevoli dell’economia, la
disciplina in questione ha subito numerose modificazioni.
Con
l’art.19 della legge 30 aprile 1969, n. 153 (Revisione degli ordinamenti
pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale), nel prevedere in via
generalizzata l’adeguamento dell’importo delle pensioni nel regime
dell’assicurazione obbligatoria, si scelse di agganciare in misura percentuale
gli aumenti delle pensioni all’indice del costo della vita calcolato
dall’ISTAT, ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori
dell’industria.
Con
l’art. 11, comma 1, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, recante
«Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e
pubblici, a norma dell’art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421», oltre alla
cadenza annuale e non più semestrale degli aumenti a titolo di perequazione
automatica, si stabilì che gli stessi fossero calcolati sul valore medio
dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.
Tale modifica mirava a compensare l’eliminazione dell’aggancio alle dinamiche
salariali, al fine di garantire un collegamento con l’evoluzione del livello
medio del tenore di vita nazionale. L’art. 11, comma 2, previde, inoltre, che
ulteriori aumenti potessero essere stabiliti con legge finanziaria, in
relazione all’andamento dell’economia.
Il
meccanismo di rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici governato
dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza
pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo) si prefigge di tutelare i
trattamenti pensionistici dalla erosione del potere di acquisto della moneta,
che tende a colpire le prestazioni previdenziali anche in assenza di
inflazione. Con effetto dal 1° gennaio 1999, il meccanismo di rivalutazione
delle pensioni si applica per ogni singolo beneficiario in funzione
dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti a carico
dell'assicurazione generale obbligatoria. L’aumento della rivalutazione automatica
opera, ai sensi del comma 1 dell’art. 34 citato, in misura proporzionale
all’ammontare del trattamento da rivalutare rispetto all’ammontare complessivo.
Tuttavia,
l’art 69, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la
formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria
2001), con riferimento al meccanismo appena illustrato di aumento della
perequazione automatica, prevede che esso spetti per intero soltanto per le
fasce di importo dei trattamenti pensionistici fino a tre volte il trattamento
minimo INPS. Spetta nella misura del 90 per cento per le fasce di importo da
tre a cinque volte il trattamento minimo INPS ed è ridotto al 75 per cento per
i trattamenti eccedenti il quintuplo del predetto importo minimo. Questa
impostazione fu seguita dal legislatore in successivi interventi, a conferma di
un orientamento che predilige la tutela delle fasce più deboli. Ad esempio,
l’art. 5, comma 6, del decreto-legge 2 luglio 2007, n. 81 (Disposizioni urgenti
in materia finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art.1, comma 1,
della legge 3 agosto 2007, n. 127, prevede, per il triennio 2008-2010, una
perequazione al 100 per cento per le fasce di importo tra tre e cinque volte il
trattamento minimo INPS.
In
conclusione, la disciplina generale che si ricava dal complesso quadro
storico-evolutivo della materia, prevede che soltanto le fasce più basse siano
integralmente tutelate dall’erosione indotta dalle dinamiche inflazionistiche
o, in generale, dal ridotto potere di acquisto delle pensioni.
6.–
Quanto alle sospensioni del meccanismo perequativo, affidate a scelte
discrezionali del legislatore, esse hanno seguito nel corso degli anni
orientamenti diversi, nel tentativo di bilanciare le attese dei pensionati con
variabili esigenze di contenimento della spesa.
L’art.
2 del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di
previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali)
previde che, in attesa della legge di riforma del sistema pensionistico e,
comunque, fino al 31 dicembre 1993, fosse sospesa l’applicazione di ogni
disposizione di legge, di regolamento o di accordi collettivi, che introducesse
aumenti a titolo di perequazione automatica delle pensioni previdenziali ed assistenziali,
pubbliche e private, ivi compresi i trattamenti integrativi a carico degli enti
del settore pubblico allargato, nonché aumenti a titolo di rivalutazione delle
rendite a carico dell’INAIL. In sede di conversione di tale decreto, tuttavia,
con l’art. 2, comma 1-bis, della legge 14 novembre 1992, n. 438 (Conversione in
legge, con modificazioni, del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384, recante
misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego,
nonché disposizioni fiscali), si provvide a mitigare gli effetti della
disposizione, che dunque operò non come provvedimento di blocco della
perequazione, bensì quale misura di contenimento della rivalutazione, alla
stregua di percentuali predefinite dal legislatore in riferimento al tasso di
inflazione programmata.
In
seguito, l’art. 11, comma 5, della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi
correttivi di finanza pubblica), provvide a restituire, mediante un aumento una
tantum disposto per il 1994, la differenza tra inflazione programmata ed
inflazione reale, perduta per effetto della disposizione di cui all’art. 2
della legge n. 438 del 1992. Conseguentemente, il blocco, originariamente
previsto in via generale e senza distinzioni reddituali dal legislatore del
1992, fu convertito in una forma meno gravosa di raffreddamento parziale della
dinamica perequativa.
Dopo
l’entrata in vigore del sistema contributivo, il legislatore (art. 59, comma 13
della legge 27 dicembre 1997, n. 449, recante «Misure per la stabilizzazione
della finanza pubblica») ha imposto un azzeramento della perequazione
automatica, per l’anno 1998. Tale norma, ritenuta legittima da questa Corte con
ordinanza n. 256 del 2001,
ha limitato il proprio campo di applicazione ai soli
trattamenti di importo medio - alto, superiori a cinque volte il trattamento
minimo.
Il
blocco, introdotto dall’art. 24, comma 25, come convertito, del d.l. n. 201 del
2011, come convertito, ora oggetto di censura, trova un precedente nell’art. 1,
comma 19, della legge 24 dicembre 2007, n. 247 (Norme di attuazione del
Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per
favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia
di lavoro e previdenza sociale) che, tuttavia, aveva limitato l’azzeramento temporaneo
della rivalutazione ai trattamenti particolarmente elevati, superiori a otto
volte il trattamento minimo INPS.
Si
trattava – come si evince dalla relazione tecnica al disegno di legge approvato
dal Consiglio dei ministri il 13 ottobre 2007 – di una misura finalizzata a
concorrere solidaristicamente al finanziamento di interventi sulle pensioni di
anzianità, a seguito, dell’innalzamento della soglia di accesso al trattamento
pensionistico (il cosiddetto “scalone”) introdotto, a decorrere dal 1° gennaio
2008, dalla legge 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e
deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla
previdenza complementare e all’occupazione stabile e per il riordino degli enti
di previdenza ed assistenza obbligatoria).
L’azzeramento
della perequazione, disposto per effetto dell’art. 1, comma 19, della legge n.
247 del 2007, prima citata, è stato sottoposto al vaglio di questa Corte, che
ha deciso la questione con sentenza n. 316 del 2010. In tale pronuncia
questa Corte ha posto in evidenza la discrezionalità di cui gode il
legislatore, sia pure nell’osservare il principio costituzionale di
proporzionalità e adeguatezza delle pensioni, e ha reputato non illegittimo
l’azzeramento, per il solo anno 2008, dei trattamenti pensionistici di importo
elevato (superiore ad otto volte il trattamento minimo INPS).
Al
contempo, essa ha indirizzato un monito al legislatore, poiché la sospensione a
tempo indeterminato del meccanismo perequativo, o la frequente reiterazione di
misure intese a paralizzarlo, entrerebbero in collisione con gli invalicabili
principi di ragionevolezza e proporzionalità. Si afferma, infatti, che «[…] le
pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere
sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della
moneta».
7.–
L’art. 24, comma 25, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, oggetto di
censura nel presente giudizio, si colloca nell’ambito delle “Disposizioni
urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”
(manovra denominata “salva Italia”) e stabilisce che «In considerazione della
contingente situazione finanziaria», la rivalutazione automatica dei
trattamenti pensionistici, in base al già citato meccanismo stabilito dall’art.
34, comma 1, della legge n. 448 del 1998, è riconosciuta, per gli anni 2012 e
2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a
tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del cento per cento.
Per
effetto del dettato legislativo si realizza un’indicizzazione al 100 per cento
sulla quota di pensione fino a tre volte il trattamento minimo INPS, mentre le
pensioni di importo superiore a tre volte il minimo non ricevono alcuna
rivalutazione. Il blocco integrale della perequazione opera, quindi, per le
pensioni di importo superiore a euro 1.217,00 netti.
Tale
meccanismo si discosta da quello originariamente previsto dall’art. 24, comma
4, della legge 28 febbraio 1986, n. 41 (Disposizioni per la formazione del bilancio
annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 1986) e confermato
dall’art. 11 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il
riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a
norma dell’articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), che non
discriminava tra trattamenti pensionistici complessivamente intesi, bensì tra
fasce di importo.
Secondo
la normativa antecedente, infatti, la percentuale di aumento si applicava
sull'importo non eccedente il doppio del trattamento minimo del fondo pensioni
per i lavoratori dipendenti. Per le fasce di importo comprese fra il doppio ed
il triplo del trattamento minimo la percentuale era ridotta al 90 per cento.
Per le fasce di importo superiore al triplo del trattamento minimo la
percentuale era ridotta al 75 per cento.
Le
modalità di funzionamento della disposizione censurata sono ideate per incidere
sui trattamenti complessivamente intesi e non sulle fasce di importo. Esse
trovano un unico correttivo nella previsione secondo cui, per le pensioni di
importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale
limite incrementato della quota di rivalutazione automatica spettante,
l’aumento di rivalutazione è comunque attribuito fino a concorrenza del
predetto limite maggiorato.
La
norma censurata è frutto di un emendamento che, all’esito delle osservazioni
rivolte al Ministro del lavoro e delle politiche sociali (Camera dei Deputati,
Commissione XI, Lavoro pubblico e privato, audizione del 6 dicembre 2011), ha
determinato la sostituzione della originaria formula. Quest’ultima prevedeva
l’azzeramento della perequazione per tutti i trattamenti pensionistici di
importo superiore a due volte il trattamento minimo INPS e, quindi, ad euro
946,00. Il Ministro chiarì nella stessa audizione che la misura da adottare non
confluiva nella riforma pensionistica, ma era da intendersi quale
«provvedimento da emergenza finanziaria».
La
disposizione censurata ha formato oggetto di un’interrogazione parlamentare
(Senato della Repubblica, seduta n. 93, interrogazione presentata l’8 agosto
2013, n. 3 – 00321) rimasta inevasa, in cui si chiedeva al Governo se
intendesse promuovere la revisione del provvedimento, alla luce della
giurisprudenza costituzionale.
Dall’excursus
storico compiuto traspare che la norma oggetto di censura si discosta in modo
significativo dalla regolamentazione precedente. Non solo la sospensione ha una
durata biennale; essa incide anche sui trattamenti pensionistici di importo
meno elevato.
Il
provvedimento legislativo censurato si differenzia, altresì, dalla legislazione
ad esso successiva.
L’art.
1, comma 483, lettera e), della legge di stabilità per l’anno 2014 (legge 27
dicembre 2013, n. 147, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio
annuale e pluriennale dello Stato-legge di stabilità») ha previsto, per il
triennio 2014-2016, una rimodulazione nell’applicazione della percentuale di
perequazione automatica sul complesso dei trattamenti pensionistici, secondo il
meccanismo di cui all’art. 34, comma 1, della legge n. 448 del 1998, con
l’azzeramento per le sole fasce di importo superiore a sei volte il trattamento
minimo INPS e per il solo anno 2014. Rispetto al disegno di legge originario le
percentuali sono state, peraltro, parzialmente modificate.
Nel
triennio in oggetto la perequazione si applica nella misura del 100 per cento
per i trattamenti pensionistici di importo fino a tre volte il trattamento
minimo, del 95 per cento per i trattamenti di importo superiore a tre volte il
trattamento minimo e pari o inferiori a quattro volte il trattamento minimo del
75 per cento per i trattamenti oltre quattro volte e pari o inferiori a cinque
volte il trattamento minimo, del 50 per cento per i trattamenti oltre cinque
volte e pari o inferiori a sei volte il trattamento minimo INPS. Soltanto per
il 2014 il blocco integrale della perequazione ha riguardato le fasce di
importo superiore a sei volte il trattamento minimo. Il legislatore torna
dunque a proporre un discrimen fra fasce di importo e si ispira a criteri di
progressività, parametrati sui valori costituzionali della proporzionalità e
della adeguatezza dei trattamenti di quiescenza. Anche tale circostanza
conferma la singolarità della norma oggetto di censura.
8.–
Dall’analisi dell’evoluzione normativa in subiecta materia, si evince che la
perequazione automatica dei trattamenti pensionistici è uno strumento di natura
tecnica, volto a garantire nel tempo il rispetto del criterio di adeguatezza di
cui all’art. 38, secondo comma, Cost. Tale strumento si presta contestualmente
a innervare il principio di sufficienza della retribuzione di cui all’art. 36
Cost., principio applicato, per costante giurisprudenza di questa Corte, ai
trattamenti di quiescenza, intesi quale retribuzione differita (fra le altre,
sentenza n. 208 del 2014 e sentenza n. 116 del 2013).
Per
le sue caratteristiche di neutralità e obiettività e per la sua strumentalità
rispetto all’attuazione dei suddetti principi costituzionali, la tecnica della
perequazione si impone, senza predefinirne le modalità, sulle scelte
discrezionali del legislatore, cui spetta intervenire per determinare in
concreto il quantum di tutela di volta in volta necessario. Un tale intervento
deve ispirarsi ai principi costituzionali di cui agli artt. 36, primo comma, e
38, secondo comma, Cost., principi strettamente interconnessi, proprio in
ragione delle finalità che perseguono.
La
ragionevolezza di tali finalità consente di predisporre e perseguire un
progetto di eguaglianza sostanziale, conforme al dettato dell’art. 3, secondo
comma, Cost. così da evitare disparità di trattamento in danno dei destinatari
dei trattamenti pensionistici. Nell’applicare al trattamento di quiescenza,
configurabile quale retribuzione differita, il criterio di proporzionalità alla
quantità e qualità del lavoro prestato (art. 36, primo comma, Cost.) e
nell’affiancarlo al criterio di adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.),
questa Corte ha tracciato un percorso coerente per il legislatore, con
l’intento di inibire l’adozione di misure disomogenee e irragionevoli (fra le
altre, sentenze n. 208 del 2014 e n. 316 del 2010). Il rispetto dei parametri
citati si fa tanto più pressante per il legislatore, quanto più si allunga la
speranza di vita e con essa l’aspettativa, diffusa fra quanti beneficiano di
trattamenti pensionistici, a condurre un’esistenza libera e dignitosa, secondo
il dettato dell’art. 36 Cost.
Non
a caso, fin dalla sentenza n. 26 del 1980, questa Corte ha proposto una lettura
sistematica degli artt. 36 e 38 Cost., con la finalità di offrire «una
particolare protezione per il lavoratore». Essa ha affermato che
proporzionalità e adeguatezza non devono sussistere soltanto al momento del
collocamento a riposo, «ma vanno costantemente assicurate anche nel prosieguo,
in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta», senza che ciò
comporti un’automatica ed integrale coincidenza tra il livello delle pensioni e
l’ultima retribuzione, poiché è riservata al legislatore una sfera di
discrezionalità per l’attuazione, anche graduale, dei termini suddetti (ex
plurimis, sentenze n. 316 del 2010; n. 106 del 1996; n. 173 del 1986; n. 26 del
1980; n. 46 del 1979; n. 176 del 1975; ordinanza n. 383 del 2004). Nondimeno,
dal canone dell’art. 36 Cost. «consegue l’esigenza di una costante adeguazione
del trattamento di quiescenza alle retribuzioni del servizio attivo» (sentenza
n. 501 del 1988; fra le altre, negli stessi termini, sentenza n. 30 del 2004).
Il
legislatore, sulla base di un ragionevole bilanciamento dei valori costituzionali
deve «dettare la disciplina di un adeguato trattamento pensionistico, alla
stregua delle risorse finanziarie attingibili e fatta salva la garanzia
irrinunciabile delle esigenze minime di protezione della persona» (sentenza n.
316 del 2010). Per scongiurare il verificarsi di «un non sopportabile
scostamento» fra l’andamento delle pensioni e delle retribuzioni, il
legislatore non può eludere il limite della ragionevolezza (sentenza n. 226 del
1993).
Al
legislatore spetta, inoltre, individuare idonei meccanismi che assicurino la
perdurante adeguatezza delle pensioni all’incremento del costo della vita. Così
è avvenuto anche per la previdenza complementare, che, pur non incidendo in
maniera diretta e immediata sulla spesa pubblica, non risulta del tutto
indifferente per quest’ultima, poiché contribuisce alla tenuta complessiva del
sistema delle assicurazioni sociali (sentenza n. 393 del 2000) e, dunque,
all’adeguatezza della prestazione previdenziale ex art. 38, secondo comma,
Cost.
Pertanto,
il criterio di ragionevolezza, così come delineato dalla giurisprudenza citata
in relazione ai principi contenuti negli artt. 36, primo comma, e 38, secondo
comma, Cost., circoscrive la discrezionalità del legislatore e vincola le sue
scelte all’adozione di soluzioni coerenti con i parametri costituzionali.
9.–
Nel vagliare la dedotta illegittimità dell’azzeramento del meccanismo
perequativo per i trattamenti pensionistici superiori a otto volte il minimo
INPS per l’anno 2008 (art. 1, comma 19 della già citata legge n. 247 del 2007),
questa Corte ha ricostruito la ratio della norma censurata, consistente
nell’esigenza di reperire risorse necessarie «a compensare l’eliminazione
dell’innalzamento repentino a sessanta anni a decorrere dal 1° gennaio 2008,
dell’età minima già prevista per l’accesso alla pensione di anzianità in base
all’articolo 1, comma 6, della legge 23 agosto 2004, n. 243», con «lo scopo
dichiarato di contribuire al finanziamento solidale degli interventi sulle
pensioni di anzianità, contestualmente adottati con l’art. 1, commi 1 e 2,
della medesima legge» (sentenza n. 316 del 2010).
In
quell’occasione questa Corte non ha ritenuto che fossero stati violati i
parametri di cui agli artt. 3, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost. Le
pensioni incise per un solo anno dalla norma allora impugnata, di importo
piuttosto elevato, presentavano «margini di resistenza all’erosione determinata
dal fenomeno inflattivo». L’esigenza di una rivalutazione costante del
correlativo valore monetario è apparsa per esse meno pressante.
Questa
Corte ha ritenuto, inoltre, non violato il principio di eguaglianza, poiché il
blocco della perequazione automatica per l’anno 2008, operato esclusivamente
sulle pensioni superiori ad un limite d’importo di sicura rilevanza, realizzava
«un trattamento differenziato di situazioni obiettivamente diverse rispetto a
quelle, non incise dalla norma impugnata, dei titolari di pensioni più
modeste». La previsione generale della perequazione automatica è definita da
questa Corte «a regime», proprio perché «prevede una copertura decrescente, a
mano a mano che aumenta il valore della prestazione». La scelta del legislatore
in quel caso era sostenuta da una ratio redistributiva del sacrificio imposto,
a conferma di un principio solidaristico, che affianca l’introduzione di più
rigorosi criteri di accesso al trattamento di quiescenza. Non si viola il
principio di eguaglianza, proprio perché si muove dalla ricognizione di
situazioni disomogenee.
La
norma, allora oggetto d’impugnazione, ha anche superato le censure di palese
irragionevolezza, poiché si è ritenuto che non vi fosse riduzione quantitativa
dei trattamenti in godimento ma solo rallentamento della dinamica perequativa
delle pensioni di valore più cospicuo. Le esigenze di bilancio, affiancate al
dovere di solidarietà, hanno fornito una giustificazione ragionevole alla
soppressione della rivalutazione automatica annuale per i trattamenti di
importo otto volte superiore al trattamento minimo INPS, «di sicura rilevanza»,
secondo questa Corte, e, quindi, meno esposte al rischio di inflazione.
La
richiamata pronuncia ha inteso segnalare che la sospensione a tempo
indeterminato del meccanismo perequativo, ovvero la frequente reiterazione di
misure intese a paralizzarlo, «esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con
gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità», poiché
risulterebbe incrinata la principale finalità di tutela, insita nel meccanismo
della perequazione, quella che prevede una difesa modulare del potere d’acquisto
delle pensioni.
Questa
Corte si era mossa in tale direzione già in epoca risalente, con il ritenere di
dubbia legittimità costituzionale un intervento che incida «in misura notevole
e in maniera definitiva» sulla garanzia di adeguatezza della prestazione, senza
essere sorretto da una imperativa motivazione di interesse generale (sentenza
n. 349 del 1985).
Deve
rammentarsi che, per le modalità con cui opera il meccanismo della
perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche
se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive
rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario,
bensì sull’ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato
intaccato.
10.–
La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, se
vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento
pensionistico, induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di
ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di
acquisto del trattamento stesso e con «irrimediabile vanificazione delle
aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla
cessazione della propria attività» (sentenza n. 349 del 1985).
Non
è stato dunque ascoltato il monito indirizzato al legislatore con la sentenza
n. 316 del 2010.
Si
profila con chiarezza, a questo riguardo, il nesso inscindibile che lega il
dettato degli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost. (fra le più
recenti, sentenza n. 208 del 2014, che richiama la sentenza n. 441 del 1993).
Su questo terreno si deve esercitare il legislatore nel proporre un corretto
bilanciamento, ogniqualvolta si profili l’esigenza di un risparmio di spesa,
nel rispetto di un ineludibile vincolo di scopo «al fine di evitare che esso
possa pervenire a valori critici, tali che potrebbero rendere inevitabile
l’intervento correttivo della Corte» (sentenza n. 226 del 1993).
La
disposizione concernente l’azzeramento del meccanismo perequativo, contenuta
nel comma 24 dell’art. 25 del d.l. 201 del 2011, come convertito, si limita a
richiamare genericamente la «contingente situazione finanziaria», senza che
emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze
finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si
effettuano interventi così fortemente incisivi. Anche in sede di conversione
(legge 22 dicembre 2011, n. 214), non è dato riscontrare alcuna documentazione
tecnica circa le attese maggiori entrate, come previsto dall’art. 17, comma 3,
della legge 31 dicembre 2009, n. 196, recante «Legge di contabilità e finanza
pubblica» (sentenza n. 26 del 2013, che interpreta il citato art. 17 quale
«puntualizzazione tecnica» dell’art. 81 Cost.).
L’interesse
dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti
previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle
somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una
prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato,
risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non
illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali
connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali:
la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione
differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo
comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se
non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e al
contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3,
secondo comma, Cost.
La
norma censurata è, pertanto, costituzionalmente illegittima nei termini
esposti.
per
questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
riuniti i
giudizi,
1)
dichiara inammissibile l’intervento di T.G.;
2)
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del
decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita,
l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214,
nella parte in cui prevede che «In considerazione della contingente situazione
finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo
il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n.
448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti
pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo
INPS, nella misura del 100 per cento»;
3)
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 24,
comma 25, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, sollevata, in riferimento
agli artt. 2, 3, 23 e 53, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di
Palermo, sezione lavoro, dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna
e dalla Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria,
con le ordinanze indicate in epigrafe;
4)
dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 24,
comma 25, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, sollevata, in riferimento
all’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione alla Convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4
agosto 1955, n. 848, dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna,
con le ordinanze indicate in epigrafe.
Così
deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta,
il 10 marzo 2015.
F.to:
Alessandro CRISCUOLO, Presidente
Silvana SCIARRA, Redattore
Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 30 aprile 2015.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: Gabriella Paola MELATTI
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