sabato 21 giugno 2008

C'era una volta la villa











C’era una volta una bellissima villa comunale sorta negli anni ’50, per volere dell’allora Sindaco Domenico Albanese, Medico e Senatore della Repubblica, che la realizzò dando corso alla bonifica di un terreno in cui sorgeva un letamaio che si estendeva per circa 2000 mq. La villa nella cui parte superiore, ove sorge l’ingresso principale, si notano i viali lastricati in porfido che dividono in quadroni le aree di terreno in cui fiorivano nella loro diversità e gioiosità di colori petunie, gerani, rose tra cui la quella imperiale, bocche di leone, margherite, ciclamini e altro, viali che erano circoscritti in ogni lato dalla folta siepe che donava alla villa un’armonia di stile unica a costituire l’elemento fondamentale del giardino all’italiana. Altro elemento fondamentale della nostra villa è la presenza di diverse specie arboree come pini, abeti, palme, salici, tigli e oleandri. La parte inferiore della villa, invece, si caratterizza per la bellissima scalinata in cotto e porfido in cui ai suoi lati si evidenziano i terrazzamenti dove continuano a riprodursi le specie arboree e floreali già descritte. Caratteristica particolare di questa villa è la presenza di un’area circolare di circa 60 mq utile a divenire sede naturale di una zona di ristoro immersa nei colori della vegetazione della villa. Nel corso di tutti questi anni ogni amministrazione comunale che si è succeduta, tranne l’attuale, si è sempre adoperata per continuare a dare la giusta sistemazione alle ville e ai parchi. Forse perché gli amministratori hanno avuto una particolare attenzione a mantenere inalterati gli standard dei giardini della loro città. Una villa simile sorge a Bompietro nella centralissima piazza delle Rimembrane che pur di dimensioni ridotte ha visto in questi ultimissimi giorni l’intervento nefasto di questa amministrazione che ha incaricato (?) personale specialistico (?) per sfoltire la vegetazione presente in modo da renderne inevitabilmente mortale il loro intervento. Così gli abeti, i pini e i tigli sono stati potati come fossero alberi da frutto. Mai decisione più sciagurata fù presa da un’amministrazione di potatori di pere che hanno deciso di tagliare le cime delle conifere come fossero alberi da frutto come pesche, mele, olive che sì vengono mantenuti ad un'altezza tale da renderne più agevole il raccolto. Leggere queste cose delle nostre ville è incredibile ma mentre oggi non abbiamo le foto che del passato descritto possiamo invece far vedere l’odierna realtà come dalle foto in testa pubblicate.

martedì 3 giugno 2008

La pubblica amministrazione non funziona? No, l’Amministrazione.

L’Amministratore di qualsiasi Ente, sia esso di natura privata o pubblica, deve organizzare la propria azione amministrativa in modo da avere cognizione della risorsa economica disponibile o necessaria a realizzare l’iniziativa programmata. Per tale proposito è indispensabilmente che l’Amministrazione si doti del necessario strumento contabile avendo cura di seguire le indicazioni di entrata e di spesa nel rispetto dell’equilibrio del bilancio. Il bilancio è, quindi, lo strumento indispensabile a garantire la gestione programmata delle risorse senza il quale si avrebbe un’amministrazione dell’Ente quantomeno improvvisata e precaria.
Strumento fondamentale dell’azione di indirizzo politico l’Amministrazione pubblica per la sua redazione deve tenere conto della relazione previsionale e programmatica
che illustra le caratteristiche generali della popolazione, del territorio, delle attività economiche, i bisogni dei cittadini, i servizi erogati, precisandone risorse umane, strumentali e tecnologiche. Esso deve comprendere, per la parte relativa all’entrata, una valutazione sui mezzi finanziari, individuando le fonti di finanziamento ed evidenziando l’andamento storico degli stessi ed i relativi vincoli, per la parte spesa, deve essere redatto per programmi ed eventuali progetti, rilevando l’entità e l’incidenza percentuale della previsione con riferimento alla spesa corrente consolidata, a quella di sviluppo ed a quella di investimento.
In diritto il termine amministrazione pubblica ha un duplice significato in senso oggettivo e in senso soggettivo. In senso oggettivo la funzione pubblica consistente nell’attività volta alla cura degli interessi della collettività predeterminati in sede di indirizzo politico; in senso soggettivo è l’insieme dei soggetti che esercitano tale funzione.
Quindi se gli attori coinvolti non svolgono in simbiosi la loro attività di indirizzo e di programmazione ogni azione diventa impossibile. Ma gli attori che impedivano l’azione sinergica non sono andati altrove? E allora chi frena questa amministrazione? C’è da specificare, infine, che essendo diretta alla cura di interessi pubblici predeterminati in sede politica, la funzione amministrativa è attività non libera nel fine. Infatti, quasi sempre è l’Amministrazione a stabilire l’interesse pubblico da perseguire, lasciando all’Organo amministrativo un margine più o meno ampio di scelta sul modo per farlo.
L’Organo esecutivo del Comune che ha il compito di individuare le necessità primarie della popolazione e del territorio e proporre le soluzioni possibili è la Giunta municipale; l’Organo di indirizzo politico che ha il compito, tra gli altri, di approvare il Bilancio di previsione, i piani triennali e il conto consuntivo, su proposta della Giunta è il Consiglio comunale.
Tutte le decisioni vengono adottate a mezzo di deliberazioni che sono atti amministrativi attraverso i quali gli Organi collegiali, la Giunta comunale ed il Consiglio, manifestano l’assunzione delle decisioni che vengono prese durante le rispettive riunioni.
Gestire l’attività della pubblica amministrazione è una responsabilità di cui si è chiamati a rispondere innanzi all’opinione pubblica per le promesse e gli impegni assunti con il corpo elettorale.
Ciò detto, questa amministrazione comunale per mezzo della Giunta e del Consiglio comunale non ha in nessun modo ottemperato alle disposizioni di legge in materia di bilancio.
Infatti, per quanto posso ricordare, in passato non si era mai verificato che, per propria volontà, l’amministrazione comunale non approvasse il bilancio senza motivo, la stessa funzione pubblica locale non comprende come mai la Giunta non abbia proceduto all’approvazione e alla trasmissione al Consiglio comunale del bilancio provvisorio per l’adozione definitiva. Ho l’impressione che qualcuno stando lontano da Bompietro, magari disteso a godersi il sole di questo inizio d’estate impegnato a sorseggiare un gin-tonic, si sia dimenticato che la sua è una responsabilità seria e onerosa e come tale necessita di un impegno costante e coscienzioso. Ed ho anche l’impressione che coloro che stanno a Bompietro pur conoscendo il disimpegno amministrativo non si sentono responsabilizzati ad intraprendere iniziative di buon senso per riportare nella giusta direzione l’azione amministrativa. Come si suole dire “ne l’acqua li bagna e neanche il vento li asciuga”.
Non è bello sentirsi richiamare per carenza di economie nell’organizzazione di manifestazioni che annualmente si ripropongono per consuetudine, tradizione o altro e non avere l’onestà di rispondere pubblicamente con la schietta verità che non sono le risorse economiche ma la volontà a mancare, visto che almeno stavolta pare non sia colpa del Presidente.
Giunta Municipale e Consiglio Comunale per la mancata approvazione del bilancio 2008 hanno le stesse responsabilità di cattiva amministrazione per il semplice motivo che come qualche anno fa due delle tre attuali minoranze di governo, oggi facenti capo ai gruppi rappresentati dal professore Di Gangi e dall’Avv. Maruca, si lodavano per l’approvazione del bilancio comunale ancor prima dell’adozione di quello regionale, non lamentando l’incapacità della Giunta allo stesso modo oggi non solo continuano a non lamentare adeguatamente l’immobilismo cronico della Giunta municipale ma non utilizzano in modo appropriato gli strumenti e i mezzi di cui gode il Consiglio per porre fine a questa anarchia amministrativa.
Non basta neanche il richiamo ricevuto dalla Direzione Generale dell’Assessorato alle Autonomie Locali con il quale si sollecitava l’approvazione del bilancio entro il passato 31 maggio 2008 e in difetto la nomina del commissario straordinario.
Ma perché la Giunta non vuole adottare il bilancio provvisorio? Cosa può esserci in questo bilancio di così tanto scabroso? Possibile che non ci siano obiettivi da raggiungere? Attività da programmare? Iniziative da adottare? Non è giustificabile neanche l’immobilismo della minoranza che non convoca la Conferenza dei Capi Gruppo, non convoca il Consiglio comunale, non chiede al Sindaco di riferire in Consiglio e non informa l’opinione pubblica. Eppure ha i numeri per farlo! Forse non lo fa perché il Sindaco non ha nessuna considerazione di questo Consiglio, prova ne è che fin’ora il numero uno di Palazzo Gangi ha portato in aula solo una relazione annuale invece che quattro come avrebbe dovuto per legge e Regolamento Comunale.
Con questa realtà amministrativa possiamo solo sperare che caronte faccia in fretta il suo dovere!

sabato 17 maggio 2008

BOMPIETRO: UN PASSO INDIETRO PER UN SALTO VERSO LA VITA

Inesorabile trascorre il tempo lasciando dietro di se solo il ricordo di un passato che ciascuno rivive per un particolare vissuto come può essere una partita di calcio del Torneo delle Madonie o del Capitano Torre o di una giornata di festa. Ma tutti inesorabilmente constatiamo che nei nostri paesi oggi vive meno della metà della gente rispetto a solo 10 anni fa. Se ci fermiamo a guardare per una via le case costruite ai lati non possiamo non vedere che queste sono tutte vuote e abbandonate. Non possiamo non notare che neanche il periodo estivo o feriale in genere è scelto per ritornare nel luogo dove si è nati, cresciuti e vissuto per parecchi anni. Se ci fermiamo a parlare con qualche amico che dopo 4 o 5 anni ritorna per qualche giorno in occasione della festa patronale ascoltiamo sempre le stesse frasi: i figli sono cresciuti e non vogliono più venire a Bompietro perché non si divertono più, qui non c’è niente, manca l’acqua, alcuni paesani fanno finta di non conoscere, non si organizza niente e via di seguito, ovvero ascoltiamo le lamentele di chi non riesce a capire che tornare a Bompietro non significa solo rivisitare il luogo delle proprie origini ma anche e soprattutto continuare a far vivere quei paesi che altrimenti finirebbero col non esistere. Ma perché si va via? Perché si sceglie di andare altrove? La risposta è sempre la stessa: il Lavoro! Il lavoro sta spopolando tutti i centri urbani delle Madonie. Non ci sono più comuni con popolazione superiore a 10.000 abitanti; il comune più popolato è Gangi con una popolazione residente di 7.614 (dati ISTAT 2001), Bompietro ha una popolazione residente di 1.754. Eppure la terra delle Madonie ha prodotto ottimi artigiani della lavorazione della pietra, del ferro, del legno e le qualità delle nostre cave e delle nostre officine hanno dato un prodotto eccezionale nella realizzazione e produzione di opere artigianali. La nostra terra ha sempre prodotto alimenti genuini che hanno sfamato le bestie e gli uomini, le nostre sorgenti sono presenti nella moderna industria dell’acqua. Ma allora che cosa non ha funzionato? Il solo fattore che ha privato le Madonie delle necessarie e idonee vie di collegamento dell’entroterra con il litorale e quindi con le grandi vie di collegamento che avrebbero consentito di esportare i nostri prodotti può bastare a giustificare un simile spopolamento? O la rincorsa dell’agio, con un lavoro meno faticoso che magari ti ha permesso di vivere in una abitazione fornita di bagno, è stata scambiata per benessere? Così si sono svuotati i paesi e si sono riempite le città, città che oggi fanno fatica a respirare e a vivere serenamente, città sempre più stressate e violente. Ebbene se non riusciamo a far capire che l’agio oggi non è più in città non avremo mai più un’altra occasione per non far morire i nostri paesi. Devono essere di incoraggiamento tutte le scelte che hanno portano a creare, nella nostra terra, nuove iniziative economiche e sociali e che conseguono buoni risultati nel mondo del lavoro e delle professioni. Si deve puntare verso iniziative di nuova creazione e di riconversione di attività lavorative in ogni settore avendo una nuova e moderna concezione del mondo del lavoro. C’è bisogno che questo paese cominci a organizzarsi come sistema cooperativistico o associativo che coinvolga ogni famiglia, che ci sia il necessario supporto di tutti coloro che hanno responsabilità sia essa di natura genitoriale o politica o imprenditoriale. Bisogna creare la condizione affinché si cominci a produrre lavoro nelle nostre officine, nelle nostre botteghe, nei nostri laboratori affinché le nostre strade ricomincino a popolarsi di compratori e viandanti e le nostre piazze siano affollate e allietate. Bisogna capire che la ricerca di serenità dei “cittadini in fuga” è iniziata e ha cominciato a dare i primi frutti, si deve avere il giusto coraggio, il giusto sostegno, la giusta capacità di offrire i nostri prodotti e la nostra terra. Questo è il momento in cui ci vuole l’apporto di tutti, è il momento di rinnovare le cariche amministrative perché troppo lontane dall’essere esempio di buon investimento e soprattutto c’è bisogno di unità nelle scelte della politica del sostegno al lavoro, all’impresa, all’economia e ad ogni iniziativa. C’è bisogno che tutti diano una mano e che tutti facciano un passo indietro per dare a Bompietro la possibilità di fare un bel salto verso la vita. C’è bisogno di dialogo ed è indispensabile non porre veti o ostacoli in una strada che potrebbe essere tutta in discesa a beneficio della collettività. Gli uomini di buone capacità hanno il dovere di trovare il coraggio per ritornare ad essere volano per la rinascita di Bompietro. Questa potrebbe essere l’ultima fermata utile.

Lettera del presidente cinese Hu Jintao a Richard Gere, Beppe Grillo, Nancy Pelosi e altri.



“Ritengo di grande importanza che i leader che influenzano l’opinione pubblica, come voi siete, conoscano la verità sul Tibet. L’antica città di Lhasa è ricoperta da decorazioni di gala con bandiere rosse al vento nella piazza Potala e il fiume Yarlung Zambo gorgoglia deliziosamente. Noi membri della delegazione del Governo Centrale, insieme ai quadri e alla gente di tutti i gruppi etnici tibetani, stiamo tenendo questa grande celebrazione per rimarcare il 57 anniversario della pacifica liberazione del Tibet con gioia e esultanza. 57 anni fa, il Comitato Centrale CPC e il compagno Mao Zedong, avendo correttamente valutato la situazione, hanno preso una previdente, risoluta e significativa decisione politica di liberare pacificamente il Tibet. Il Governo Centrale del Popolo e il precedente Governo locale del Tibet firmarono l’ “Accordo sulle Misure per una Pacifica Liberazione del Tibet”. La liberazione pacifica del Tibet è stata uno degli eventi più importanti nella Storia moderna della Cina e un punto di svolta epocale per lo sviluppo del Tibet. Simbolizza che il Tibet, una volta per sempre, si è liberato dalla schiavitù dell’aggressione imperialista e che la grande unità della nazione Cinese e la sua grande volontà di riunificazione sono entrati in un nuovo periodo di sviluppo. Ci ha introdotto in una nuova era in cui il Tibet passa dal buio alla luce, dall’arretratezza al progresso, dalla povertà all’abbondanza, dall’isolamento all’apertura. Durante gli ultimi 57 anni, il Tibet ha fatto un balzo in avanti nello sviluppo storico di sistemi sociali per camminare nella via del socialismo. Con l’abolizione della servitù feudale, sotto la quale il popolo tibetano è stato a lungo soffocato e sfruttato, milioni di servi di allora, che non avevano neppure i minimi diritti umani, si sono ora alzati in piedi e sono diventati padroni delle loro vite. Oggi tutti i gruppi etnici godono pienamente dei diritti politici, economici, culturali e di altri ancora con un controllo completo del loro destino. Durante gli ultimi 57 anni, il Tibet ha fatto sostanziali progressi nel suo sviluppo economico, e il tenore di vita della gente è migliorato significativamente. Attraverso riforme democratiche, trasformazioni socialiste e aperture, le forze sociali produttive del Tibet si sono emancipate e sviluppate senza precedenti. Durante gli ultimi 57 anni, la civilizzazione spirituale socialista in Tibet è stata fermamente diffusa e la società si è sviluppata in ogni aspetto. Iniziative nell’educazione, scientifiche, tecnologiche, nella salute pubblica e altre di indirizzo sociale sono state sviluppate vigorosamente. Le popolazioni di tutti i gruppi etnici in Tibet hanno in generale aumentato la consapevolezza politica, più alti standard etici e livelli scientifici e di educazione. La meravigliosa tradizionale cultura in Tibet non solo è stata protetta, ereditata e trasmessa, ma anche sostanziata per riflettere la nuova vita delle persone e andare incontro alle nuove richieste di sviluppo sociale. Durante gli ultimi 57 anni, la solidarietà tra tutti i gruppi etnici in Tibet è stata costantemente rinforzata ed è stata mantenuta la stabilità sociale nel suo complesso. La libertà religiosa del popolo è stata pienamente rispettata e protetta. Tutti i gruppi etnici hanno lavorato in unità e hanno avuto successo nel mettere in luce le attività separatiste e distruttive della cricca del Dalai e delle forze contrarie alla Cina, e così salvaguardando la stabilità in Tibet e l’unità nazionale e la sicurezza dello Stato. Il corso di questi 57 anni di tempeste e vicissitudini ha portato alla luce una grande verità: soltanto sotto la guida del Partito Comunista Cinese, solo nell’abbraccio della madrepatria e solo mantenendo la via socialista con le caratteristiche cinesi, il Tibet può godere oggi della prosperità e del progresso e pensare a un domani persino migliore. Questa è la nostra più importante conclusione dopo 57 anni di sviluppo del Tibet e anche il principio fondamentale da seguire nella costruzione e nello sviluppo del Tibet nei giorni che verranno. Il Tibet è una bella regione, riccamente dotata, della nostra grande madrepatria. La gente industriosa e di talento di tutti i gruppi etnici del Tibet ha, in un lungo storico sviluppo, dato contributi eccezionali alla creazione di una cultura gloriosa della nazione Cinese e di una civiltà multi etnica. Nell’ultimo mezzo secolo, in particolare, il popolo tibetano ha scritto brillanti capitoli nello sviluppo e nel progresso del Tibet e ha aggiunto nuova gloria alla grande famiglia della nostra madrepatria socialista. Io sono orgoglioso di invitarvi personalmente a Pechino per i Giochi Olimpici. Sarà una grande opportunità per vedere insieme i progressi e lo sviluppo della Cina. Grazie.” Hu Jintao

mercoledì 14 maggio 2008

Discorso del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla Camera dei Deputati il 13 maggio 2008

Signor Presidente
Onorevoli colleghi
Il lavoro che ci aspetta per ridare fiducia e slancio all’Italia richiede ottimismo e spirito di missione. Gli elettori hanno raccolto e premiato il nostro comune appello a rendere più chiaro, più efficiente e controllabile il governo del Paese. Hanno ridotto drasticamente la frammentazione politica e hanno scelto con nettezza una maggioranza di governo e una opposizione, ciascuna con le proprie idee e passioni, ciascuna con la propria leadership. Il voto è stato un messaggio univoco alla classe dirigente, è stato la prima grande riforma di tante altre che sono necessarie.
Gli italiani hanno preso la parola. Hanno messo a tacere con la loro voce sovrana il pessimismo rumoroso di chi non ama l’Italia e non crede nel suo futuro. Hanno respinto insidiose campagne di sfiducia astensionista o di protesta qualunquista e hanno partecipato generosamente al momento più alto di una democrazia liberale moderna. E hanno detto: noi vi mettiamo in grado di risollevare il Paese, sta a voi non deluderci.
Dividetevi, hanno detto i cittadini, ma non ostacolatevi slealmente. Combattetevi anche, ma non in nome di vecchie ideologie. Prendete democraticamente le decisioni necessarie a risalire la china, rispettate il dissenso e tutelate le minoranze, che si esprimono dentro e fuori del Parlamento, ma dateci stabilità e impegno nell’azione di governo.
Fate uno sforzo comune perché chi governa e chi esercita il controllo parlamentare sul governo possano fare, ciascuno nel suo ambito, il proprio mestiere. Fate funzionare le istituzioni della Repubblica, ci hanno ordinato gli elettori, riducete l’area della vanità e della cosiddetta visibilità della politica dei partiti, realizzate quanto avete promesso di realizzare, e realizzatelo in fretta. Perché una cosa è sicura: l’Italia non ha più tempo da perdere.
Nella società italiana è maturata una nuova consapevolezza, dopo anni difficili e per certi aspetti tormentati. Si respira un nuovo clima, che si esprime nella nuova composizione delle Camere chiamate oggi a discutere della fiducia al governo. La parte maggiore dell’opposizione ha creato un suo strumento di osservazione e di interlocuzione con il governo: il gabinetto ombra di tradizione anglosassone, che può essere d’aiuto nel fissare i termini della discussione, del dissenso e delle eventuali convergenze parlamentari, in particolare sulle urgenti e ben note modifiche da apportare al funzionamento del sistema politico e costituzionale. L’aspirazione generale è che un confronto di idee e di interessi anche severo, anche rigoroso, non generi nuove risse ma una consultazione alla luce del sole, un dialogo concreto e trasparente, e poi scelte e decisioni ferme che abbiano riguardo esclusivamente agli interessi del Paese.
Il Capo dello Stato ha definito in maniera impeccabile, citando l’opera e il pensiero di quel grande liberale che fu Luigi Einaudi, i termini della dialettica tra le istituzioni, e in particolare tra la presidenza della Repubblica e la guida del governo.
Tutte le condizioni sono riunite perché il Parlamento recuperi per intero la fiducia dei cittadini, lavorando seriamente e a pieno ritmo.
Il Paese non ci chiede compromessi al ribasso, confabulazioni segrete o mercanteggiamenti, ci spinge invece ad assumerci ciascuno la nostra parte di responsabilità con un metodo e una cultura che mettano il rispetto al posto della faziosità, che mettano una polemica vivace al posto della guerriglia paralizzante, che mettano la bellezza della politica capace di cambiare le cose e di migliorarle al posto della demagogia, del chiacchiericcio, del teatrino e dell’inganno.
Noi faremo la parte che un forte consenso democratico ci ha assegnato. Non abbiamo promesso miracoli, ma intendiamo realizzare piccole e grandi cose. Partiremo da interventi di alto valore, insieme simbolico e concreto, come quelli che definiremo nel prossimo Consiglio dei Ministri che terremo a Napoli.
Punto primo. Lo scandalo dei rifiuti non smaltiti deve finire e finirà.
Nessun grande Paese può convivere a lungo con una simile ferita al suo ambiente, all’igiene pubblica e al prestigio della sua immagine dentro e fuori i confini della nazione.
Punto secondo. La casa è un bene primario intorno al quale prendono radici l’identità familiare, la capacità lavorativa e la stessa identità sociale stabile dei cittadini, e la tassazione sulla prima casa va definitivamente cancellata.
Punto terzo. Il reddito di chi lavora va sostenuto anche dalla fiscalità generale, soprattutto in una fase in cui il divario tra prezzi e potere d’acquisto dei salari e degli stipendi si è fatto in certi casi intollerabile, e chi si impegna a lavorare di più e a contribuire alla competitività delle imprese va incoraggiato con una sensibile detassazione dei suoi guadagni.
Punto quarto. La sicurezza della vita quotidiana deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto e comportamenti preventivi e repressivi delle forze dell’ordine che siano in grado di riaffermare la sovranità della legge sul territorio dello Stato.
Noi non cavalchiamo la paura, al contrario: noi vogliamo liberare dalla paura i cittadini, e in particolare le donne e gli anziani. Coloro che sollevano obiezioni di merito ragionevoli saranno ascoltati, ma sbaglia gravemente chi nega la prima regola di una grammatica della democrazia: questa regola dice che la sicurezza è un sinonimo della libertà, e che è proprio sulla tutela della sicurezza individuale che si fondano il patto di unione dei cittadini e la stessa legittimazione del potere pubblico.
Signor Presidente
Onorevoli colleghi
Non mi attarderò sul lungo elenco delle cose da fare. E non ripeterò punto per punto gli impegni del programma: lo abbiamo presentato agli elettori e quella sarà, giorno dopo giorno, l’agenda per l’azione di governo. Non vi annoierò perciò con lunghi e pomposi discorsi di carattere settoriale. Avremo modo di confrontarci spesso in Parlamento nell’immediato futuro, e i ministri del governo che ho l’onore di presiedere sono a disposizione delle Commissioni Permanenti per ogni genere di chiarimenti.
Vorrei piuttosto collegare tutti i temi cruciali che abbiamo di fronte, anche al di là dei primi adempimenti di cui ho già parlato, alla vera grande questione che può determinare una svolta dal pessimismo paralizzante che circola oggi a quel vitale ottimismo e a quello spirito di missione comune di cui ho parlato all’inizio. Questo Paese deve rialzarsi, nel senso che ha tutte le potenzialità per rimettersi rapidamente in corsa e per tagliare il traguardo decisivo di un nuovo tempo della Repubblica: il tempo della crescita.
Il problema principale del nostro Paese è di ricominciare a crescere dopo una lunga fase, e deludente, di riduzione delle prestazioni del nostro sistema economico e sociale. La crescita non è solo un parametro economico, è un metro di misura del progresso civile di una nazione. Crescere non significa soltanto produrre più ricchezza e mettersi in condizione di redistribuirla meglio attraverso quel circolo virtuoso di responsabilità e di libertà che un mercato ben regolato può garantire.
Crescere significa anche rilanciare il Paese e i suoi talenti, significa formare nuove generazioni di lavoratori altamente qualificati, significa dare una “frustata” vitale alla ricerca e all’istruzione, significa ricominciare a padroneggiare il proprio destino senza lasciare indietro nessuno.
Crescere vuol dire ascoltare il grido di dolore che si leva dal nord e dai suoi standard europei di lavoro e di produzione, vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista indispensabili a un’evoluzione unitaria della Repubblica, a partire dal federalismo fiscale solidale.
Crescere significa promuovere il sud del Paese considerandolo come una formidabile risorsa per lo sviluppo e sradicare il peso delle cattive abitudini e della criminalità organizzata, la vera nemica della libertà, della sicurezza e del futuro del Mezzogiorno italiano, a vantaggio della libera creatività e della voglia di fare di tante intelligenze e volontà di cui sono ricche le regioni meridionali.
Crescere significa rinnovare il paesaggio delle nostre infrastrutture, significa tornare ad essere un sistema di convenienze per gli investimenti degli altri paesi del mondo, significa fornire a tutti gli italiani un nuovo potere di conoscenza e di uso delle tecnologie, significa ringiovanire l’Italia e farla uscire dal rischio della denatalità.
Crescere significa promuovere la famiglia come nucleo di spinta dell’intera organizzazione sociale, significa dare alle donne nel lavoro e negli altri ruoli sociali, un sostegno per la loro autonomia, significa rimuovere le cause materiali dell’aborto e varare un grande piano nazionale per la vita e per la tutela dell’infanzia, destinando nuove e consistenti risorse al fine di incrementare lo sviluppo demografico.
Crescere vuol dire aumentare la nostra capacità di scambio con il resto del mondo, vuol dire assorbire e integrare con ordine e saggezza le migrazioni interne ed esterne alla comunità di paesi europei di cui facciamo parte, senza lasciarci penetrare da un senso oggi avvertibile di sconfitta e di chiusura di fronte alle difficoltà e ai rischi dell’immigrazione selvaggia e non regolata, e restando padroni in casa nostra ma fieri dell’antico spirito di accoglienza e dell’antica capacità di integrazione del nostro popolo.
Crescere vuol dire esportare le nostre capacità, salvaguardare il posto delle nostre imprese nei mercati, crescere vuol dire aprire e modernizzare la mentalità con cui affrontiamo i problemi della salute, del benessere, della battaglia per una seria e non retorica tutela dell’ambiente, i problemi della cultura e della preziosa eredità di esperienza, di pensiero e di vita che abbiamo alle spalle e che è garanzia del nostro futuro.
Crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è necessario per mettere fine alla infinita, dolorosa e inaccettabile teoria delle morti bianche.
Crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci nella logica del posto fisso e mal pagato, dell’immobilità sociale, della pigrizia educativa, della tolleranza verso forme abusive di mancato impegno nella realizzazione del lavoro come vocazione e come missione nella vita personale, particolarmente in alcuni settori della pubblica amministrazione.
Per crescere dobbiamo affrontare una situazione difficile dei mercati finanziari, sfruttando la posizione di relativo vantaggio del nostro sistema bancario e chiedendo agli istituti di credito uno sforzo comune, uno sforzo aperto alla giovane impresa, alle giovani famiglie, al popolo dei consumatori e dei risparmiatori, per rendere sempre più libera, sempre più coraggiosa e orientata verso la promozione degli utenti e dei consumatori la grande rete dell’economia italiana.
Dobbiamo fare una politica estera e di cooperazione allo sviluppo che sia idonea ad assicurare la capacità contrattuale del nostro sistema nel turbolento mercato delle materie prime, senza mai rinunciare a far sentire e a far pesare la nostra voce in Europa e nel mondo.
Dobbiamo anche impedire, attraverso una tutela non protezionistica dei nostri interessi, che forme sleali di concorrenza stravolgano il mercato globalizzato e ledano gli interessi dei lavoratori italiani e della classe media, interessi che siamo chiamati a difendere con intelligenza e con lungimiranza.
Dobbiamo tenere i conti in ordine, ridurre il peso del debito pubblico in proporzione al fatturato del Paese. Dobbiamo accrescere la volontà e la capacità di contrastare l’evasione fiscale, ristabilendo però il principio liberale secondo il quale le tasse non sono “belle in sé” e neppure un tributo moralistico al potere indiscusso dello Stato. Le imposte sono il corrispettivo che i cittadini devono allo Stato per i servizi che ricevono e sono quindi il presupposto e la garanzia del buon funzionamento dei servizi pubblici e la tutela di un equilibrio sociale responsabile, mai punitivo verso chi produce la ricchezza da ridistribuire con equità.
Dobbiamo contrastare il calo di competitività del sistema economico mettendo l’insieme del Paese che lavora e produce al passo con quelle splendide imprese italiane che si sono ristrutturate in questi anni, che hanno affrontato le sfide competitive della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati con animo intrepido e con successo, con inventiva, con amore per il lavoro ben fatto.
Dobbiamo colpire i corporativismi e le chiusure difensive che in passato hanno tutelato soltanto i bisogni castali di un sistema assistenziale e dirigista che non ha fiducia nella libertà e nell’autonomia della società.
Dobbiamo risolvere positivamente, contemperando l’interesse nazionale e le regole del mercato, una rilevante questione industriale come la crisi dell’Alitalia, senza svendere e senza rinazionalizzare, facendo appello al contributo decisivo della finanza e dell’impresa italiane, che hanno tutto da guadagnare e niente da perdere da un Paese più moderno ed efficiente, e da un sistema di infrastrutture e di trasporti adeguato ai bisogni e al rango della nostra economia.
La crescita della prosperità e del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, nel segno della responsabilità occidentale e della ricerca di vie credibili alla pace, saranno la bussola della nostra politica come Paese fondatore del progetto europeo, come grande nazione mediterranea naturalmente chiamata alla cooperazione tra le due sponde del nostro mare, e come pilastro dell’amicizia tra Europa e Stati Uniti d’America.
Solo un Paese in crescita, che dia segnali chiari di uno slancio e di un metodo nuovi per affermare la sua presenza sulla scena mondiale, può rinsaldare le proprie ambizioni, può sostenere le imprese di pacificazione e di promozione della libertà in cui sono impegnati migliaia di soldati italiani nel mondo, di cui siamo orgogliosi e a cui il Parlamento Italiano manda ancora una volta il suo ringraziamento più forte e più sentito. Soltanto un Paese in crescita può impegnarsi in una tessitura diplomatica multilaterale che avrà nell’Europa uscita dal trattato istituzionale appena varato a Lisbona il suo motore e il suo spazio di azione.
E’ nostro vitale interesse ridurre i focolai di tensione in medio oriente e contribuire alla più strenua difesa dell’esistenza e dell’identità storica di Israele, il cui diritto alla pace si specchia nel diritto indiscutibile dei palestinesi alla costruzione di uno Stato indipendente e di una democrazia capace di sradicare ogni forma di intolleranza fondamentalista e di violenza.
Signor Presidente
Onorevoli colleghi
La riforma dettata dal voto del 13 e del 14 di aprile ha lineamenti che ai miei occhi, e non solo ai miei occhi, risultano chiarissimi.
Innanzitutto nuova moralità nella politica e contrasto fermo e deciso nella piena unità civile del Paese nei confronti della criminalità organizzata.
Riduzione di ogni forma di privilegio indebito e lotta a ogni forma di spreco del denaro pubblico.
Efficienza nella spesa, riduzione del costo della pubblica amministrazione e moderazione nelle pretese fiscali dello Stato, che deve riuscire a semplificare e ridurre, sensibilmente e gradualmente, la pressione delle imposte sull’apparato produttivo e sui redditi familiari.
Sicurezza dei cittadini e affermazione di una giustizia che abbia risorse e personale adatti a un moderno Stato di diritto. E qui il mio pensiero, riconoscente, il nostro pensiero va alle Forze dell’Ordine e ai tanti magistrati che compiono in silenzio il proprio dovere.
Per realizzare questo progetto di riscatto e di rilancio occorre che una volontà comune proceda a modifiche istituzionali che oggi, dopo la lunga fase di divisione del passato, sono sostanzialmente condivise da una larga maggioranza in questo Parlamento.
L’elenco è noto, e un lavoro comune di definizione legislativa è stato già fruttuosamente compiuto. Il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e della sua guida, contestuale a un robusto incremento della capacità di controllo delle assemblee elettive, anche attraverso modifiche dei regolamenti parlamentari.
La diminuzione sensibile del numero degli eletti e la definizione di compiti diversi per le due Camere.
Un assetto federalista dello Stato che superi le difficoltà incontrate con la riforma del titolo V della Costituzione.
Una riconsiderazione attenta e condivisa della legge elettorale, anche nella prospettiva del referendum pendente per la prossima primavera.
Noi siamo a disposizione, noi siamo pronti.
Il dialogo può e deve cominciare da subito, non appena il governo sarà nel pieno possesso delle sue attribuzioni, all’indomani del voto di fiducia che vi chiediamo e che ci attendiamo da voi. Nessuno deve sentirsi escluso.
Nella mia ormai consistente esperienza della vita pubblica e politica, seguita agli anni spesi nell’impegno di costruire impresa e ricchezza sociale, ho avuto qualche delusione e molte soddisfazioni. Non sono e non sono mai stato un uomo solo al comando. Ho sempre avuto fortissimo il senso della squadra, delle relazioni personali all’insegna della gentilezza e del garbo che sono i veri giacimenti culturali dell’identità italiana, all’insegna della solidarietà e della compattezza di un lavoro tipicamente collettivo com’è quello di guidare lo Stato. Ho sempre cercato di mostrare e di praticare, anche quando su di me soffiava il vento dell’acrimonia personale e la bufera della faziosità, il massimo possibile di rispetto per gli avversari politici.
Non solo intendo continuare in questo sforzo, qualche volta fallito forse anche per una mia stanchezza o disattenzione, ma vorrei che questa disponibilità divenisse una regola, una buona, nuova regola della politica italiana. Non per sopire, non per troncare, non per ottundere il dibattito democratico e il confronto civile, e talvolta anche lo strappo radicale, ma per preservare istituzioni e popolo dalla litigiosità inutile, da quel senso di vacuità e di monotona ripetitività che delegittima la politica agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani.
Con tutti i difetti della prima Repubblica, una volta in Parlamento si era capaci di recitare i sonetti di Guido Cavalcanti per rafforzare un argomento, si era abili nel giocare di fioretto un attimo dopo aver tirato sciabolate, e illustri padri costituenti sapevano temperare le asprezze della guerra fredda con l’ironia, persino con l’umorismo comunque con quel reciproco riconoscimento di valore senza il quale non esiste una vera classe dirigente.
Lo scontro per così dire “antropologico”, tra diverse classi di umanità che si ritengono incomponibili e irriducibili, è ormai alle nostre spalle, deve restare alle nostre spalle.
Abbiamo finalmente realizzato l’alternanza di forze diverse alla guida del governo, sottomettendoci alla logica del consenso e imparando con fatica che la Repubblica, i luoghi della sua memoria, i simboli della sua storia, sono patrimonio comune di tutti gli italiani, anche di quelli che si sono battuti per molti anni da parti opposte della barricata della storia.
Facciamo tesoro di questa aria nuova, respiriamola a pieni polmoni. Se un governo è messo in grado di decidere, nel rispetto del mandato che gli hanno conferito gli elettori, non ha interesse a comportarsi in modo invasivo, a considerare colleghi e avversari come nemici.
Se un’opposizione non trova intralci alla sua delicata funzione di controllo, se è messa in grado di costruire un suo progetto alternativo, non avrà interesse alcuno a mostrare un profilo negativo e muscolare in modo sistematico e irriflessivo, trasformando in cattiva propaganda la buona politica.
Le sfide, signor Presidente, cari colleghi, sono sempre anche delle scommesse, degli azzardi. E ad aiutare tutti noi, invochiamo l’aiuto di Dio. Speriamo anche di avere fortuna. Ma la fortuna, lo sappiamo bene, non viene incontro a chi fa vita pubblica se non è incoraggiata, invitata con pazienza, forse anche sedotta e ammaliata da una buona dose di coraggio e di virtù.
Con forte responsabilità ma anche con grande gioia per il compito che gli italiani ci hanno affidato, auguro sinceramente buon lavoro a noi del governo e della maggioranza e a voi tutti colleghi dell’opposizione.
E auguro a chi ci ascolta fuori da quest’aula di ritrovare l’orgoglio di sentirsi italiani, la fiducia in questa Nazione e l’amore per le nostre cento città. Auguro a tutti gli italiani di riprovare e condividere l’ammirazione che un’Italia in robusta ripresa e in corsa per i suoi primati saprà suscitare in futuro intorno a sé.
Vi ringrazio, viva il Parlamento, viva l’Italia!

domenica 11 maggio 2008

LE AMMINISTRATIVE A BOMPIETRO: ECCO I PRIMI PRETENDENTI

Dopo quasi quattro anni e mezzo di amministrazione Alleri e ad otto mesi dalle elezioni amministrative è ufficialmente iniziata la corsa alla poltrona di Sindaco di Bompietro. Diversi sono gli aspiranti che si stanno preparando ad occupare il posto d’onore di Palazzo Gangi. Ma quanti di questi hanno le carte in regola per occupare lo scranno di primo cittadino? E soprattutto, chi possiede le giuste caratteristiche per diventare Sindaco? In questo periodo abbiamo visto cominciare il grande movimento di coloro che essendo promotori di qualcuno cominciano a tessere le trame per affermare che l’uno è più idoneo dell’altro e mentre questi discutono, si affannano e cercano le mosse giuste per imporre il loro candidato i veri aspiranti continuano a nascondersi e a far finta di niente. Questo è il momento che mi piace di più. È il momento in cui tutti coloro che per qualsiasi motivo sono delusi, insoddisfatti o risentiti cominciano a mostrarsi in pubblico per quello che sono manifestando così il loro stato d'animo, penso ai tecnici, agli operatori professionali, alle imprese; poi ci sono coloro che fanno finta di essere delusi o insoddisfatti semplicemente per cercare di essere tenuti in considerazione nel momento in cui si assegneranno poltrone o responsabilità. Comincia, quindi, la rincorsa del Professore Luciano Di Gangi che, negli ultimi 25 anni non ha mai fatto mistero di voler ridiventare Sindaco, iniziando a tessere le sue fila forte del costante sostegno del medico condotto, del comandante dei vigili urbani e del responsabile dell’ufficio anagrafe del comune. Rincorsa intrapresa anche dall'ex Sindaco l'Ing. Giuseppe Geraci e da un suo ex amministratore degli anni 90 il geometra Di Gangi Carmelo che rappresenta una parte dell’attuale minoranza, da ultimo, almeno per il momento, c’è il naturale riproponimento dell’attuale Sindaco Alleri Francesco. Ma vediamo meglio chi sono i primi aspiranti a diventare Sindaco. Di Gangi Luciano, pensionato ex insegnante di educazione fisica attualmente è (co)titolare di un centro di fisioknesiterapia, Presidente del Consiglio comunale anche se non rappresenta più la maggioranza in consiglio essendo appoggiato solo da due degli altri sei consiglieri eletti. Il Luciano Di Gangi è già stato Sindaco di Bompietro nel periodo in cui iniziò quella azione politica che poi venne definita come “la grande onda socialista” poi giustamente fermata dal movimento culturale dell’inizio anni 90 sfociato nell’indagine giudiziaria che è stata definita “Mani pulite”. Per chi non ricorda “mani pulite” è stata una indagine giudiziaria contro la corruzione del mondo politico e finanziario condotta a livello nazionale in Italia negli anni Novanta. Le conseguenze legate all’indagine contribuirono alla fine della cosiddetta Prima Repubblica e alla scomparsa dei principali partiti di governo, come la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Socialista Italiano (PSI). Il sistema di corruzione che fu scoperto da queste indagini fu chiamato Tangentopoli. Ma tornando al Professore c’è da dire che nel corso della sua vita politica si è sempre contraddistinto per le incomprensibili iniziative intraprese che hanno portato all’impossibilità di amministrare e quindi al commissariamento e alle denuncie che, in una comunità piccola come la nostra, hanno finito per coinvolgere oltre misura le famiglie e le amicizie facendo così divenire l’interesse per il bene comune motivo di sospetto per loschi interessi. In poche parole per Lui non c’è nessuno meglio di Lui e, quando sono gli altri ad esserci, tanto peggio tanto meglio. Il Geometra Di Gangi Carmelo, dipendente della Banca Mediolanum ha avuto un passato politico come Assessore della Giunta comunale guidata dall’Ing. Geraci nel periodo 1993 – 2002, nelle passate elezioni non è stato eletto consigliere comunale nelle fila della minoranza. Altro candidato risulta essere l’Ing. Geraci Giuseppe, già Sindaco del Comune di Bompietro nel periodo dal dicembre 1993 al maggio 2002 eletto nelle fila del Movimento Pro Bompietro - l'Altra Campana. Movimento che nel corso delle due legislature ha riportato la politica al centro della vita sociale ponendo verso ciascun cittadino, sia esso cittadino-dipendente, cittadino-professionista, cittadino-impresa, cittadino-investitore, cittadino–anziano–giovane–inoccupato-disoccupato, cittadino bisognoso, la giusta attenzione per cercare di risolvere le diverse problematiche che si presentavano dando a ciascuno la giusta dignità personale, sociale, morale e culturale in ogni momento dell’azione politica attuata. Questa Amministrazione ha sicuramente portato il progresso a Bompietro. Ha portato il progresso semplicemente perché ha portato la pubblica illuminazione nelle vie dove prima non c’era, ha portato le fognature che prima mancavano, ha portato l’acqua ogni giorno e tutto l’anno dove prima arrivava una volta ogni 15 o trenta giorni, ha provveduto alla progettazione e alla realizzazione di opere e strutture che nessuno osava sognare: l’arredo urbano di Bompietro e Locati, l’area attrezzata di bompietro, il parco sub-urbano, il campo sportivo, il Piano Regolatore Generale e i relativi Piani Particolareggiati, il recupero del logorato tessuto sociale; ha portato la politica a contatto diretto con il cittadino. Ha fatto sì che si realizzasse un sogno: Il Metano! E mentre ancora oggi i Comuni di Gangi, Petralia Sottana e Soprana, Polizzi Generosa, Geraci Siculo e Castellana Sicula non possiedono il gas metano i bompietrini grazie all’AMMINISTRAZIONE GERACI per primi lo usano per riscaldare le loro giornate nelle proprie abitazione e nei loro luoghi di lavoro oltre che per preparare le quotidiane vivande da più di un decennio. Questi sono i tre di cui se ne conoscono le ambizioni ed altri ancora più o meno noti si proporranno più avanti. Sarà uno di questi tre a sostituire l'attuale Sindaco?